Pensiero computazionale: corso a Pisa finanziato da Google

A Pisa città dell’informatica, l’Università si è aggiudicata un finanziamento Google per realizzare un progetto che coinvolge le scuole secondarie di secondo grado. Sono più di cinquanta i docenti da tutta Italia che nelle prossime settimane frequenteranno il corso sul “Pensiero computazionale”, organizzato dall’Ateneo e finanziato dal più famoso motore di ricerca di Internet. L’intero progetto, ideato da Paolo Ferragina e Fabrizio Luccio, è infatti risultato tra i tre vincitori italiani del Google Educator Grant Award 2018.

L’iniziativa è stata illustrata in Rettorato venerdì 26 ottobre, dal rettore Paolo Mancarella, dai professori Paolo Ferragina, Fabrizio Luccio e Pietro Di Martino, delegato quest’ultimo per la formazione insegnanti, e dal provveditore agli studi Giacomo Tizzanini.

“L’Università di Pisa è da sempre sensibile alle iniziative rivolte alle scuole – ha detto il rettore Paolo Mancarella – Questo progetto conferma come Pisa sia ormai un riferimento per la formazione informatica, dalle scuole superiori fino ai percorsi universitari. L’informatica poi è la disciplina che mi ha portato a Pisa, quindi la soddisfazione per me è doppia. Per questo ringrazio di cuore, a nome mio personale e di tutto l’Ateneo, i colleghi e amici Paolo Ferragina e Fabrizio Luccio che, ancora una volta, hanno saputo dare lustro alla nostra Università”.

Il corso, le cui iscrizioni si chiuderanno il prossimo 31 ottobre, comincerà il 12 novembre con l’intervento del professor Luccio su “Algoritmi e coding”, cui seguiranno altri nove appuntamenti distribuiti tra novembre e dicembre. Lezioni e laboratori non prevedono conoscenze pregresse di Informatica e saranno quindi strutturate in modo da essere fruibili da tutti i docenti delle materie scientifiche e tecnologiche. Oltre ai docenti del dipartimento pisano di Informatica, gli incontri saranno tenuti dai professori Fosca Giannotti, del CNR di Pisa, Alberto Policriti, dell’Università di Udine, Sergio Rampino, della Scuola Normale Superiore, e Cecilia Laschi, della Scuola Superiore Sant’Anna.

L’obiettivo, ha sottolineato il professor Ferragina, è quello di “descrivere in un linguaggio matematico elementare problemi reali e loro soluzioni algoritmiche che nascono in vari ambiti in cui l’impiego dell’informatica è oggi fondamentale, quali crittografia, motori di ricerca, bioinformatica, reti sociali, intelligenza artificiale, big data e robotica. Ampio spazio sarà riservato alla discussione con i partecipanti su come le nozioni presentate in classe potranno essere trasferite nell’insegnamento della scuola secondaria di cui proprio i partecipanti sono gli esperti. Così, le attività laboratoriali saranno declinate in due modi: i docenti con conoscenze pregresse di coding potranno realizzare in linguaggio Python gli algoritmi visti in classe con l’aiuto di personale universitario e membri del club CoderDojo di Pisa; gli altri potranno approfondire, insieme ai docenti delle lezioni, alcuni argomenti e progettare moduli possibilmente multi-disciplinari, che siano utilizzabili direttamente in classe con gli studenti delle scuole”.

Nella fase iniziale il percorso formativo, accreditato dal MIUR e disponibile sulla piattaforma Sofia, ha coinvolto le scuole dell’area pisana, ma sarà diffuso anche in streaming tramite la piattaforma Mediateca dell’Università di Pisa in modo da poter essere fruito da docenti di altri istituti superiori della Toscana e di altre regioni. Tutto il materiale didattico sarà reso disponibile pubblicamente sul sito del progetto: ilpensierocomputazionale.di.unipi.it

Mantova città della scienza

Dal 5 al 16 novembre la città di Mantova ospiterà Mantova Scienza, il festival interamente dedicato alla divulguazione scientifica. L’evento si articola in conferenze, dibattiti, proiezioni cinematografiche e laboratori, rivolti ad un pubblico eterogeneo, che va dai bambini agli adulti. Lo scopo è quello di richiamare l’attenzione della cittadinanza e renderla maggiormente consapevole delle più attuali scoperte e ricerche scientifiche. Sono previsti, infatti, gli interventi di relatori di spicco a livello nazionale ed internazionale ai quali spetta il compito di appassionare il pubblico alla scienza, raccontandone e mostrandone fatti, risultati e curiosità.

La rassegna dedica, inoltre, un apposito spazio del suo programma alle scuole per le quali organizza laboratori didattici della durata di 90 minuti e suddivisi per ordine di scuola e per tematica (ad esempio chimica, astronomia, botanica, etc.). I laboratori, che si svolgono principalmente al mattino, sono sparsi per la città e sono strutturati in modo da coinvolgere gli studenti nello studio delle discipline scientifiche attraverso un approccio didattico innovativo. A corredo dell’intero festival, una rassegna speciale dedicata ai film a tema scientifico, commentati in sala da esperti e ricercatori impegnati sui più avanzati e innovativi fronti di ricerca.

I bambini preferiscono gli smartphone a qualsiasi altro passatempo compresi i dolci!

I genitori si sentono in colpa per la quantità di tempo che trascorrono online in presenza dei loro figli, e i bambini rimproverano i più adulti di passare troppo tempo “incollati” allo schermo di uno smartphone. Questo è l’assunto principale che emerge dall’ultima ricerca di Norton by Symantec secondo la quale quasi 3 persone intervistate su 4 (73% in EMEA, il 74% in Italia) pensano che i genitori stiano dando un cattivo esempio ai propri figli passando troppo tempo online, e 3 su 10 (il 36% a europeo, il 32% in Italia) addirittura ammettono di essere stati sgridati dai figli per il loro comportamento. Questi dati sottolineano come le famiglie di oggi siano ancora alla ricerca di un giusto equilibrio rispetto al tempo e alle modalità adottate nell’utilizzo delle nuove tecnologie e di Internet, in un mondo sempre più fluido e connesso.
Svolta su un campione di quasi 7.000 risposte ricevute da genitori di ambo i sessi provenienti da 10 paesi in Europa e Medio Oriente (area EMEA), con bambini di età compresa tra i cinque e i sedici anni, la ricerca My First Device di Norton offre approfondimenti e spunti di riflessione sulle sfide affrontate dalla prima generazione di genitori cosiddetti “digital-first”, ovvero quelli con i figli che non hanno mai conosciuto un mondo senza smartphone e tablet. Sulla base dei risultati emersi, i genitori di oggi si affacciano a nuovi scenari rispetto alla corretta educazione in un mondo sempre più digitale e connesso, che mette in discussione metodologie e approcci su diversi temi, tra i quali l’età giusta in cui il loro bambino dovrebbe essere esposto allo schermo di un dispositivo mobile, o quale sia l’età più giusta per dotare un bambino del suo primo device personale. La ricerca esamina anche le abitudini personali in ambito digitale, e quali sono i potenziali effetti, positivi o negativi, sui figli.
“Essere genitori oggi non è semplice”, afferma Ida Setti, Direttore Commerciale Sud Europa Norton. “Le vecchie sfide finalizzate a convincere i bambini a mangiare più verdura e ortaggi, andare a letto in orario e fare i compiti sono ancora lì, ma ci sono nuove problematiche legate alla tecnologia che i genitori devono affrontare. A differenza dei loro figli, la maggior parte dei genitori di oggi non è cresciuta con dispositivi connessi come smartphone e tablet, e ciò lascia loro alle prese con la creazione e l’applicazione di nuove regole legate alla fruizione di contenuti su schermo. ”
La ricerca Norton fa emergere anche che gli smartphone sono il passatempo preferito da parte dei bambini (il 58% di media in EMEA, addirittura il 71% in Italia), rispetto ai tablet (50% media EMEA, 60% Italia), i videogiochi (40% media EMEA, 55% Italia), la televisione (40% EMEA, 63% Italia), i dolci e le caramelle (38% media EMEA, 63% in Italia) e il cosiddetto “cibo spazzatura” (30% EMEA, 37% in Italia). Inoltre, risulta evidente che i bambini passano più tempo davanti allo schermo di uno smartphone che a giocare all’aperto (2h e 35m di media ogni giorno contro 1h e 58m in media passati all’aperto), con più di un quarto dei genitori che afferma che i loro figli trascorrono online più tempo di loro stessi.

I bambini britannici sono quelli che passano più tempo davanti ai dispositivi mobili, quasi tre ore al giorno, seguiti dai bambini svedesi (2h e 47m di media) con i bambini italiani a 2h e 24m minuti (ultimi in questa classifica insieme ai bambini polacchi e spagnoli).

Utili o nocivi? I genitori si interrogano sull’uso dei dispositivi mobili da parte dei loro figli

La metà dei genitori ritiene che la tecnologia mobile e i dispositivi mobili possano aiutare i propri figli nei processi di problem solving e apprendimento (51% in area EMEA, 42% in Italia), per la creatività (48%) e una maggiore felicità a livello generale (45%), con quasi i tre quarti (72% in EMEA, il 76% in Italia) che afferma che il fatto di avere cura di un dispositivo mobile personale, insegna ai bambini ad avere maggiore responsabilità in generale.
D’altro canto, gli stessi genitori sono preoccupati riguardo al potenziale impatto negativo dell’uso dei device: più della metà dei genitori (52% in area EMEA, il 54% in Italia) afferma che il tempo trascorso sullo schermo di un dispositivo mobile influisce negativamente sulla qualità del sonno dei propri figli. I genitori si preoccupano anche degli effetti dannosi che i dispositivi hanno sui livelli di energia corporea (42%), le capacità relazionali in ambito sociale (40%), e addirittura sulla salute mentale (37%).
E queste preoccupazioni sono legate anche all’età nella quale i bambini ricevono il primo dispositivo personale. Dalla ricerca Norton emerge che, nella media dei paesi EMEA, i bambini ricevono il primo device mobile personale a 9 anni, mentre in Italia a 10; al contempo, i genitori nella media EMEA pensano che l’età giusta sia 10 anni, in Italia i genitori sono convinti invece che sia ad 11 anni. Per citare il pensiero di uno dei padri dell’innovazione tecnologica, Bill Gates afferma che non esiste un’età specifica più idonea per affidare un device personale ad un bambino, ma lui personalmente regalerebbe uno smartphone al proprio figlio non prima dei 14 anni.
La maggior parte dei genitori cerca di far rispettare le regole relative alla fruizione dei contenuti digitali, ma ammettono anche che potrebbero essere loro stessi il peggior nemico, poiché sentono di non riuscire a creare buoni esempi per i loro figli. Un genitore su due (56%) afferma di trascorrere troppo tempo online e quasi la metà (49% in area EMEA, il 43% in Italia) si sente in colpa per il tempo trascorso a navigare sul web. Addirittura, un terzo dei genitori (36%) ammette che i propri figli li rimproverano per aver trascorso troppo tempo online o in orari inappropriati, e più della metà (57% nella media EMEA, 63% in Italia) sono preoccupati di dare un cattivo esempio ai bambini.
“I genitori, da un lato, intuiscono chiaramente i vantaggi potenziali offerti dai dispositivi mobili per i loro figli, dall’altro vogliono anche applicare procedure sane in relazione al tempo trascorso su schermo, perché si rendono anche conto degli effetti negativi che smartphone e tablet possono avere sul sonno e sulla salute mentale”, aggiunge Ida Setti. “Dovremmo essere consapevoli di quanto tempo trascorriamo online e affrontare il problema dell’eccessivo tempo che passiamo su uno schermo, e in questo senso i genitori dovrebbero possibilmente dare il buon esempio. Abbiamo scoperto che il 56% dei genitori ha già fissato orari o giorni specifici “senza tecnologia” in casa, momenti nei quali tutti sono tenuti ad essere lontani da ogni tipo di device digitale. E queste nuove abitudini offrono una grande opportunità per prendere meglio in considerazione il livello della nostra dipendenza dai dispositivi”.

Le mutevoli regole della genitorialità tradizionale nel mondo digitale

Di sicuro i genitori di oggi hanno bisogno di più supporto quando si tratta di impostare controlli e restrizioni, con quasi la metà (48% in area EMEA, il 49% in Italia) degli intervistati che afferma di voler fissare limiti maggiori e avere più influenza sui figli nell’utilizzo dei dispositivi connessi, ma molti non sanno come farlo, mentre il 64% dei genitori coinvolti nella ricerca in area EMEA (addirittura l’80% degli italiani) sentono l’esigenza di avere più consulenza e supporto, ed essere meglio indirizzati nel proteggere i loro figli online. Allo stesso tempo 1 genitore su 10 ammette di non aver stabilito alcuna regola per l’utilizzo dei dispositivi, affermando che i propri figli sono così esperti di tecnologia che sarebbero in grado di aggirare le regole.
È interessante notare che la ricerca ha anche rilevato un livello maggiore di severità tra i genitori più giovani (75%) e i genitori di bambini più piccoli (74%), rispetto ai genitori più anziani (59%) e quelli con bambini più grandi (53%). Oltre la metà dei genitori intervistati (59% in area EMEA, il 55% in Italia) consente al proprio figlio di andare online da solo nelle proprie camere da letto e oltre un terzo (35%) ammette che questa abitudine è valida anche per i bambini di età compresa tra i cinque e i sette anni.
In base ai risultati della ricerca My First Device e l’esigenza espressa da molti genitori di avere maggiori indicazioni utili per comprendere i migliori usi e costumi relativi all’utilizzo dei dispositivi mobile da parte dei propri figli, Norton ha sviluppato una lista di suggerimenti pratici per aiutare tutti i genitori a districarsi al meglio nella gestione dei device:
Stabilire regole e linee guida chiare da applicare in casa: queste possono includere l’impostazione di limiti per l’orario di utilizzo degli schermi, il tipo di contenuto al quale un bambino può accedere online, o il tono e il linguaggio appropriato da utilizzare in rete. Queste regole dovrebbero variare in base all’età, alla maturità e al livello di comprensione dei rischi che i bambini potrebbero incontrare online
Invitare i bambini ad accedere alla rete in spazi comuni: si tratta di trovare il giusto equilibrio per non far sentire i figli troppo controllati, e che non hanno bisogno di nascondersi per navigare in rete. Ciò aiuterà i genitori a rilassare la mente su quello che i figli stanno facendo in quel momento, e sapranno che possono venire da loro se sono confusi, spaventati o preoccupati da qualcosa che hanno visto o letto in rete.
Stimolare e mantenere un costante e libero dialogo con i bambini in relazione alle esperienze vissute sulla rete, inclusi i casi in cui è possibile pensare a fenomeni di cyberbullismo. Per questo, può essere di aiuto consultare il sito dedicato di Norton Cyber Safety for Kids.
Incoraggiare i bambini a pensare prima di cliccare: nel momento in cui visitano un sito online di video, o se ricevono un link da fonte ignota in un’email o mentre navigano sul web, è bene ricordare ai propri figli di non cliccare sui link, perché potrebbero essere portati su un sito di contenuti inappropriati. Cliccare su link relativi a fonti sconosciute, è la strada più semplice per farsi attaccare da virus o rivelare inconsapevolmente dati personali e informazioni di valore.
Verificare contenuti potenzialmente dannosi: dai siti web alle app, ai giochi e alle community online, i figli hanno accesso a molti contenuti che possono influenzarli sia positivamente che negativamente. L’utilizzo di strumenti intelligenti per la sicurezza della famiglia online, nonché le impostazioni di sicurezza integrate nei browser, possono aiutare l’intero nucleo familiare a stare al sicuro.
Discutere sempre sui rischi legati alla pubblicazione e condivisione di informazioni private, video e foto, specialmente sui social media.
Diventare un modello positivo. I bambini imitano facilmente i comportamenti dei genitori, quindi è giusto educare attraverso l’esempio.
Utilizzare un buon software di sicurezza, come Norton Security, per proteggere bambini e dispositivi da siti Web potenzialmente dannosi, virus, tentativi di phishing e altre minacce online progettate per rubare informazioni personali e finanziarie.

ll 65% degli studenti e dei lavoratori in Italia sta facendo una formazione già sorpassata. Tra 10 anni saranno desuete il 60% delle imprese e delle professioni.

Qual’è il futuro della formazione in Italia? Da oltre 10 anni a rispondere ha contributo ExpoTraining, la più importante manifestazione italiana del settore, che ogni anno presenta il suo Libro Bianco sulla Formazione, ormai un punto di riferimento per conoscere presente e futuro della formazione. Una ricerca ampia, basata sul coinvolgimento di oltre 600 stakeholder tra imprenditori, esperti del settore, sindacalisti, esponenti delle istituzioni, che si confronteranno con il pubblico in oltre 600 tra workshop e tavole rotonde.

I prossimi 24 e 25 ottobre a Fiera Milano si riuniranno nel Forum Imprese e Management le principali associazioni imprenditoriali, i sindacati, le istituzioni nazionali e locali, le aziende che si occupano di formazione, per discutere dei dati, per analizzare le tendenze, per conoscere le buona prassi e per fare proposte concrete.

“Di formazione non si parla poi molto, mentre invece è davvero la base indispensabile per dare vera forza alle imprese italiane e per creare valore ed occupazione – ha dichiarato Carlo Barberis, Presidente di ExpoTraining – Tra tanti numeri mi pare significativo un dato prima di tutti: il 77% degli imprenditori ritiene che la formazione sia uno strumento strategico, l’unico in grado di uscire dalla debole crescita italiana. E negli ultimi 3 anni questo dato è cresciuto del 36%. E’ quindi tempo che la formazione esca dal dibattito dei soli addetti ai lavori e che diventi effettivamente centrale sia dal punto di vista culturale, sia da quello politico. La formazione non è solo necessaria, è davvero il fronte su cui si misurano e si misureranno le economie, chi non forma muore: il 60% delle imprese e delle libere professioni che oggi conosciamo tra 10 anni saranno desuete e scompariranno, sostituite da nuovi lavori e competenze.”

“Quest’anno ad ExpoTraining ci interrogheremo su quanta e quale innovazione reale stanno facendo le imprese italiane e come la formazione stia cambiando il mondo del lavoro, anche alla luce del Piano Industria 4.0. E verificheremo come, nonostante la crescita di consapevolezza che pure si è registrata, ancora oggi il 65% degli studenti e dei lavoratori sta facendo una formazione già vecchia.”.

Intelligenza artificiale, automazione e trasformazione del mercato del lavoro

Marco Comastri, General Manager EMEA, CA Technologies

Software che “impara a imparare”
Al giorno d’oggi, i cambiamenti si susseguono a un ritmo esponenziale sospinti principalmente da nuove tecnologie quali automazione e intelligenza artificiale. A questo proposito vorrei sottolineare come la vera sfida dell’innovazione nell’ambito dell’automazione e dell’intelligenza artificiale si giochi soprattutto a livello del software che governa impianti produttivi, sistemi di fatturazione, customer relationship, assistenza al cliente e customer experience.
Persino lo sviluppo del software stesso è ormai sempre più automatizzato, con un conseguente risparmio di risorse e benefici significativi in termini di qualità del codice e delle applicazioni prodotte. L’automazione nel campo del software si è inoltre arricchita di “intelligenza” e nei prossimi anni sarà sempre più frequente l’utilizzo di soluzioni software in grado di gestire lo sviluppo del codice al fianco e, in alcuni casi, al posto degli esseri umani.
Il software che “impara a imparare” realizzerà l’utopia del self-writing software, ovvero del software che si scrive da solo attraverso un meccanismo di autoapprendimento.

Le opportunità introdotte dall’automazione
Le opportunità abilitate da automazione e intelligenza artificiale sono infinite, ma al tempo stesso fonte di forte preoccupazione. Prendiamo ad esempio quanto accaduto presso il laboratorio di ricerca di Facebook, dove scienziati e ingegneri hanno dovuto bloccare un esperimento che vedeva coinvolti due programmi di intelligenza artificiale, dopo aver scoperto che i due robot avevano iniziato a interagire parlando una lingua sconosciuta agli uomini e comprensibile solo a loro.
L’idea che due macchine possano trovare un modo di comunicare autonomo ha accresciuto i timori che già da tempo attanagliano chi prevede un futuro nel quale le intelligenze artificiali possano diventare così potenti da rendersi completamente indipendenti dagli esseri umani. Di certo questo episodio ha alimentato una questione tutt’altro che risolta: l’Intelligenza Artificiale rappresenta una risorsa o un pericolo per l’umanità? La domanda non è nuova, ma la risposta è ancora controversa.
In molti, le parole ‘automazione’ e ‘intelligenza artificiale’ suscitano timori come la disoccupazione di massa, l’aumento delle disuguaglianze e l’avvento di un mondo dove gli esseri umani verranno sempre più sostituiti dai robot. È indubbio che l’automazione e l’intelligenza artificiale diano vita a nuove opportunità, ma creino al tempo stesso grandi sfide. Un po’ com’è stato per le rivoluzioni industriali che l’hanno preceduta, anche la cosiddetta quarta rivoluzione industriale racchiude in sé grandi potenzialità, ma occorre prendere subito le decisioni giuste, in ambito imprenditoriale e politico, e adottare un nuovo approccio alla formazione e al lavoro.

Lavori automatizzati all’orizzonte
Le previsioni sull’impatto nel mondo del lavoro non possono essere ignorate. Secondo alcuni studi, in futuro una percentuale di posti di lavoro compresa tra il 9 e il 50 per cento potrebbe essere automatizzata. Vorrei però sottolineare che l’estrema variabilità di questa stima la rende non solo poco significativa rispetto a un orientamento generale, ma ha anche il difetto di non definire il quadro complessivo. Bisogna infatti considerare che già oggi quasi tutti gli incarichi lavorativi prevedono alcune mansioni automatizzabili con le tecnologie esistenti: McKinsey stima che il 30% delle attività svolte oggi nell’ambito del 60% delle occupazioni può essere automatizzato.
È altrettanto vero che sono davvero poche le occupazioni destinate a scomparire del tutto nel breve termine. Secondo alcune analisi, solo il 5% del totale dei lavori odierni potrebbe essere sostituito dalle tecnologie attualmente in uso.
Non dimentichiamo, poi, che l’automazione arriverà a ondate; in un’analisi di PWC su oltre 200.000 posti di lavoro in 29 Paesi, si stima che la prima ondata di automazione – prevista per i primi anni del prossimo decennio – interesserà il 3% dei posti di lavoro, mentre la seconda e la terza – contraddistinte da un’adozione più matura – porteranno ad una automazione del 30% dei posti di lavoro entro la metà del 2030.

Nuovi modelli lavorativi
È quindi indispensabile giocare d’anticipo e prepararsi ad affrontare il cambiamento, in un futuro che dovrà necessariamente essere più collaborativo.
Il cambiamento più grande dell’età dell’automazione sarà, infatti, rappresentato da nuovi modelli lavorativi fondati sulla collaborazione tra uomo e macchina, sul mix di hard e soft skill, e sulla commistione tra risorse con competenze tecnico-scientifiche e artistico-umanistiche.
Man mano che un crescente numero di robot eseguirà i lavori di routine, le persone potranno assumere nuovi incarichi che nasceranno all’interno di discipline quali l’ingegneria robotica, il data analytics, la cybersecurity, l’Internet delle Cose, oltre a mansioni che richiedono qualità uniche del genere umano quali creatività, iniziativa, leadership e lavoro di squadra per generare innovazione e favorire il progresso dell’umanità.
Tutto ciò che oggi è vulnerabile in azienda – in termini di dati e continuità operativa – lo sarà ancora di più domani. L’intelligenza artificiale offrirà grandi vantaggi, ma, al tempo stesso costringerà le aziende a fronteggiare nuove minacce; sarà quindi indispensabile combattere alcuni rischi connessi all’intelligenza artificiale facendo ricorso all’intelligenza artificiale stessa. Anche in questo caso sarà responsabilità e compito dell’uomo rendere possibile tutto questo.

Coniugare skill umanistiche e scientifiche
Le nuove sfide richiederanno alle aziende la capacità di coniugare skill umanistiche e scientifiche all’interno di nuovi team di lavoro multidisciplinari, formati da risorse con profili e background diversi: l’esperto in sicurezza informatica dovrà lavorare con colleghi psicologi, antropologi e laureati in economia. Si tratta di un’importante novità rispetto al passato. Questa commistione, che si può riassumere con l’acronimo STEAM (Science, Technology, Engineering, Arts & Mathematics), può rappresentare una grande opportunità per i giovani.
È indubbio che, in un mondo del lavoro sempre più condizionato dall’automazione e dall’utilizzo dei robot, una delle priorità sarà quella di promuovere soluzioni di collaborazione costruttiva fra uomini e macchine. Per questo motivo, i robot in molti ambiti stanno per essere sostituiti dai “cobot” – contrazione di “collaborative robot” – ovvero robot che collaborano con l’uomo in qualità di “assistenti” nell’ambito di una attività o processo oppure di “guida”, progettati per agire secondo istruzioni umane o per reagire a comportamenti e azioni umane.
I cobot possono rappresentare un preziosissimo aiuto per i lavoratori, imparando da questi ultimi a eseguire le attività in modo più rapido, efficiente e accurato. Non si tratta più di macchine capaci di compiere movimenti ripetitivi, ma di macchine in grado di “imparare”, “pensare” e “agire” accanto all’uomo nel vero senso della parola.
La sfida per le aziende sarà quella di adeguare l’organizzazione, i processi, i modelli operativi e la gestione delle risorse – umane e non – per riuscire a cogliere le opportunità generate dalla cobotica. CA Technologies ha avviato recentemente in Finlandia una collaborazione su un progetto di “cobotica” – robotica collaborativa – con la TUT (Tampere University of Technology) e Tieto per esplorare come rendere più sicuri ed efficaci possibili i flussi di lavoro tra uomo e robot.

Upskilling per il futuro del lavoro
Tutti questi sviluppi testimoniano che le competenze umane continueranno a svolgere un ruolo cruciale nei moderni luoghi di lavoro. Tuttavia, per metterne a frutto il potenziale, è indispensabile un’azione congiunta da parte dei leader aziendali e politici al fine di garantire che i lavoratori, attuali e futuri, acquisiscano le skill, le conoscenze e le capacità adatte a rispondere alle sfide del futuro.
In particolare, occorre dedicare maggiore attenzione ai programmi di upskilling e reskilling, tema che ha assunto un ruolo di primo piano nell’edizione 2018 del World Economic Forum di Davos, che si è conclusa con il varo di una nuova iniziativa denominata “IT Industry Skills Initiative”.
Costruito attorno a una piattaforma gratuita online, chiamata SkillSET, il progetto ha lo scopo di rendere accessibili risorse e opportunità formative a un milione di persone entro il 2021.
Risorse innovative come queste rappresentano un primo piccolo passo per permettere alla popolazione in tutto il mondo di cogliere le opportunità che questa nuova era offre – ma c’è ancora molto da fare. Dai progetti di cobotica alle iniziative di upskilling e alle attività che contribuiscono a ispirare la prossima generazione di innovatori e leader digitali, è fondamentale intensificare i legami tra i governi e l’industria per accelerare il ritmo del progresso.
Il futuro del lavoro è nelle nostre mani e l’intelligenza artificiale è solo l’ultimo anello di una lunga catena di straordinari sviluppi concepiti e realizzati dall’uomo. Solo prendendo ora le decisioni giuste in ambito politico e imprenditoriale riusciremo a estendere a tutti gli interessati i potenziali benefici di questa nuova ondata di innovazione.

www.theskillset.org

Scuole FAES Milano: da alcuni anni il creative coding e la robotica sono materia di studio dalla seconda Elementare (Primaria)

Appena il 5% dei laureati che escono dalle università italiane hanno competenze digitali e imprenditoriali concrete che li rendono pronti al futuro, e 3 responsabili delle risorse umane su 4 ammettono di non riuscire a trovare risorse adeguatamente formate dal punto di vista tecnologico. Ad affermarlo è una ricerca resa nota in dicembre da University2Business, società del Gruppo Digital360: una fetta ancora troppo grande dei giovani italiani è inconsapevole di quanto il digitale stia trasformando la cultura aziendale, i processi e i modelli di business, un gap che il sistema scolastico non sta affatto colmando.

Ma c’è chi va in controtendenza: alle Scuole FAES di Milano da alcuni anni il creative coding e la robotica sono materia di studio curricolare fin dalla seconda classe Elementare, o Primaria che dir si voglia. Il FAES è un’associazione nata nel 1974 per promuovere la collaborazione educativa tra scuola e famiglia che a Milano gestisce scuole paritarie dall’asilo nido ai licei (classico, scientifico e delle scienze umane), tutte rigorosamente bilingui italiano-inglese e incentrare su uno specifico modello didattico che vede, tra l’altro, la centralità delle soft skills – cioè le abilità trasversali, umane, relazionali e sociali, tanto ricercate dalle aziende – considerate al pari di qualsiasi altra materia di studio. All’interno delle soft skills rivestono un ruolo prioritario proprio il creative coding e la robotica, che solo alle Scuole FAES di Milano – che oggi contano circa 1000 studenti, con un trend di crescita del 37% – si apprendono a partire dai 7 anni.

Ma in cosa consiste esattamente il coding? “Non certo a fare uscire dalle nostre scuole dei programmatori – spiega Sam Guinea, collaboratore del FAES responsabile del progetto -. Noi intendiamo potenziare già nei bambini il pensiero computazionale facendo riferimento al linguaggio informatico (con coding si intendono le istruzioni operative che si danno a un pc, o a un robot), ma ciò è importante indipendentemente dalla carriera professionale che si sceglierà un giorno, perché ha a che vedere in generale con il problem solving. In estrema sintesi, un problema complesso va analizzato in maniera critica e scomposto in problemi più piccoli in modo da individuare cosa sia fondamentale e cosa no, e quali di questi sotto-problemi siano già stati in qualche modo risolti, da noi o da altri, in modo da adattare e riutilizzare la soluzione. Esponendo i ragazzi al creative coding si insegna loro il valore della sperimentazione e del “fallimento”, che è parte integrante e naturale del processo, e a non arrendersi se all’inizio la soluzione proposta non funziona. Un secondo obiettivo non meno importante è rendere i ragazzi consapevoli della crescente pervasività dell’informatica nella società, in modo che sappiano leggere e capire il mondo che li circonda”.

Tutto questo in un contesto ludico: dalla seconda classe della scuola primaria vengono svolti laboratori settimanali di un’ora utilizzando il programma Scratch, che nasce con l’intento di aiutare i bambini a imparare a programmare attraverso il gioco e la creatività; si tratta di un linguaggio grafico semplice con cui realizzare storie animate, piccoli giochi, progetti di scienze, tutorial di trigonometria, biglietti di auguri animati. I piccoli imparano a risolvere i problemi attraverso la creazione di semplici algoritmi, ovvero attraverso la combinazione di un numero determinato e finito di passi elementari. Questo aiuta a sviluppare in loro un processo di “progettazione”, sperimentando, “leggendo” soluzioni pre-esistenti e a riadattandole al proprio problema, trovando gli errori quando le cose non vanno, in genere ragionando.

Nelle classi 4 e 5 i bambini vengono sollecitati a raccontare storie all’interno di videogiochi, inventandone i personaggi e facendoli muovere, parlare, interagire. Le ore sono condivise con la docente di arte, che seleziona materiale visivo idoneo a supportare le storie e lo digitalizza.

Nelle classi della Secondaria di primo grado, invece, le lezioni di coding vedono l’affiancamento del docente di educazione tecnica: attraverso linguaggi adatti a sviluppatori alle prime armi, come Scratch prima e Python poi, gli studenti arrivano a progettare e a realizzare interamente semplici videogiochi, affrontando logiche algoritmiche più complicate rispetto a quelle viste negli anni precedenti, e si confrontano con la robotica e la sensoristica.

Questo approccio, ovviamente reso maggiormente complesso e adeguato mano a mano che si cresce con l’età, viene poi proposto anche agli studenti dei Licei Faes, per i quali è stata inserita una specifica materia denominata “Digital”. I corsi di potenziamento digitale si concentrano sull’insegnamento delle proprietà fondamentali dall’algoritmica e consistono in un mix di lezioni tradizionali e di didattica progettuale da svolgere in laboratorio: gli studenti dovranno infatti essere in grado di realizzare semplici progetti di artigianato digitale che coinvolgano elementi di informatica, di robotica e di circuiti elettrici.

Sono due i corsi di potenziamento digitale previsti. Uno riguarda i Raspberry Pi, veri personal computer dalle dimensioni leggermente più grandi di una carta di credito che sono sempre più utilizzati nella realizzazione di progetti di Internet of Things: gli studenti dovranno imparare alcuni semplici elementi di circuiti elettrici per poter includere nei loro progetti dei sensori (ad esempio di luminosità, di temperatura, di prossimità) e degli attuatori (ad esempio motori, strisce led). L’altro invece si concentra sullo sviluppo di progetti di robotica, di cui vengono esplorati alcuni degli algoritmi tradizionali: i robot sono realizzati programmando i LEGO Mindstorm attraverso l’uso di Python e resi in grado di affrontare alcune “sfide”, come uscire in maniera autonoma da un qualsiasi labirinto o realizzare semplici bigliettini su carta in base a un insieme di istruzioni forniti dall’utente.

Un esperto di storia della tecnologia deve essere uno storico?

In ogni settore conoscere il passato ci permette di capire il presente ed intravvedere il futuro.
Ma un esperto di storia della tecnologia, di storia dell’informatica, di storia della matematica, della fisica, della chimica, ma anche della politica o della letteratura, … deve essere uno storico?

Forse non deve essere nemmeno un super tecnico settoriale. Probabilmente è una figura intermedia.

Formazione per aiutare a conoscere meglio la lingua e la cultura italiana

Attraverso la formazione è possibile inserire nel modo migliore migranti e stranieri, rendendoli effettivamente produttivi, aiutandoli concretamente in una integrazione effettiva.

In Italia solo il 4,3% degli migranti ha frequentato un corso di formazione, a fronte di una media europea del 13% (dati Eurostat).

Su un panel di 500 imprenditori, sindacalisti ed esperti di formazione organizzato da Osservatorio ExpoTraining (rivelazione metodo CAWI luglio 2018 a risposta multipla), l’85% degli imprenditori ritiene che la formazione sia lo strumenti più importante per l’integrazione ed il 76% si dice disponibile ad assumere dopo un corso di formazione specifico. Le idee sono anche chiare: il 53% ritiene che la formazione, oltre che per le finalità dell’impiego, debba aiutare nel conoscere meglio la lingua e la cultura italiana.

Competenze STEM: il mondo del lavoro italiano le cerca

Scuole e università al via. Ma su cosa puntare? Dove stanno davvero le opportunità per i giovani? Tecnologia, ingegneria e analisi dei dati sono gli ambiti con le maggiori opportunità professionali secondo Indeed, sito numero 1 al mondo e in Italia per chi cerca e offre lavoro.

INGEGNERIA E IT: PIÙ ANNUNCI CHE CANDIDATI
Indeed ha preso in esame gli annunci postati e le ricerche effettuate sul dominio italiano del portale negli ultimi 12 mesi, andando a individuare il “talent mismatch”, ovvero la discrepanza tra domanda e offerta. L’analisi evidenzia come nel nostro Paese esista un surplus di domanda da parte dei datori di lavoro per quanto riguarda le professioni a più alto contenuto tecnologico e di analisi dei dati. Ovvero, ci sono più posizioni aperte che persone in cerca di lavoro; soprattutto per le ricerche nell’ambito dell’ingegneria e in generale dell’IT.

Classifica  

Categoria*  

Talent mismatch** 

1  

Tech software  

4,1 

2  

Ingegneria Elettrica 

3  

Ingegneria Meccanica  

2,9 

4  

IT  

2,8 

5  

Project Management  

2,2 

6  

Supporto Tecnico  

2,2 

7  

Finanza  

1,5 

8  

Contabilità  

1,5 

9  

Matematica – Analisi dei dati  

1,4 

10  

Ingegneria Industriale  

1,4 

“Gli sviluppi tecnologici e la crescente digitalizzazione stanno cambiando radicalmente la vita di tutti i giorni e il modo di lavorare. Non importa in quale settore operino, è un fenomeno che riguarda tutte le imprese. Va da sé che le ricerche di personale con una preparazione in campo scientifico tecnologico e di analisi dei dati siano in crescita. Le aziende hanno sviluppato la consapevolezza che la mancanza di personale con una adeguata formazione tecnica può ostacolare la produttività e la crescita.
I nostri dati rivelano che la domanda da parte del mondo del lavoro supera il numero dei candidati con una formazione in linea con le richieste. Ciò significa che chi ha una formazione in materie afferenti all’area STEM è avvantaggiato e può scegliere tra un più ampio ventaglio di possibilità lavorative” spiega Dario D’Odorico, Country Manager di Indeed in Italia.

Il 30% circa degli annunci di ricerca di programmatori software e di personale IT rimane scoperto per 60 giorni o più. Un dato simile si registra per gli annunci di ricerca di ingegneri elettrici e meccanici, mentre le percentuali salgono a oltre il 35% per gli annunci di ricerca di professionisti nel campo dell’analisi dei dati e della matematica, a indicare una mancanza di risorse adatte per ricoprire queste posizioni.

Categoria* 

% Hard to fill*** 

Tech software  

31 

Ingegneria Elettrica  

32 

Ingegneria meccanica  

32 

IT  

31 

Project Management  

35 

Supporto tecnico  

30 

Finanza  

37 

Contabilità  

33 

Matematica – Analisi dei dati  

36 

Ingegneria industriale  

32 

PUGLIA ED EMILIA ROMAGNA: MANCANO “MATEMATICI”. IN TOSCANA, I PROFESSIONISTI IT
La carenza di “matematici” risulta più significativa rispetto alla media soprattutto in Puglia (44% ricerche scoperte per 60 gg. o più) e Emilia Romagna (43%). La Toscana, invece, spicca in quanto a mancanza di specialisti IT (48%). La ricerca più difficile in Lombardia? Quella dei professionisti dello sport. Il 50% degli annunci di ricerca rimane scoperto per almeno due mesi. Anche se non va tanto meglio a chi cerca analisti (49%), matematici (35%) o esperti del medtech (31%).

Note metodologiche

* Nell’ambito delle categorie sopra citate vengono ricompresi, ma non si limitano a, gli annunci relativi ai ruoli citati di seguito. Tech software: sviluppatori, programmatori informatici ecc.; ingegneria Elettrica: progettista elettrico, impiantista, manutentore ecc.; ingegneria meccanica: ingegnere, disegnatore, tecnico automazione industriale; Tech Info: IT analyst, user experience designer ecc.; Project Management: progettista elettronico, progettista meccanico ecc.; Supporto tecnico: Help desk, network engineer, sistemista ecc.; Finanza: Finance manager, analisti del credito, promotori ecc.; Contabilità: controller, contabile, addetto contributi ecc.; Matematica – Analisi dei dati: Data scientist, senior analyst, tecnico elaborazione dati ecc.; Ingegneria industriale: Responsabile controllo qualità, ingegnere gestionale ecc.

** Talent mismatch = Il talent mismatch è la risultante della relazione tra il numero di posizioni aperte e numero di clic ricevuti da parte degli utenti. I numeri inferiori a 1 indicano un mercato del lavoro dove ci sono più persone che cercano lavoro rispetto ai posti di lavoro disponibili. Un mercato del lavoro, dunque, non favorevole per chi cerca. Un valore pari a 1 è indicativo di una situazione di equilibrio tra offerta e domanda: rappresenta la situazione ideale. I valori superiori a 1 indicano che l’offerta è superiore alla domanda. Ci sono più posizioni aperte rispetto alle persone in cerca di lavoro. La situazione è favorevole per chi cerca lavoro ma è sintomatica di una mancanza di competenze.

*** Hard to fill = annunci di lavoro che rimangono sul sito per 60 giorni o più senza essere coperti.

Da navigatori a protagonisti: ognuno di noi può diventare un media

Vi ricordate internet degli albori?
Se eri bravo sapevi navigarla o all’inglese facevi surf the net.
In ogni caso rimanevi in superficie, la consultavi.
Poi si è passati da consultatori a costruttori. I blog permisero di creare un sito in modo semplice, di trasformarsi in gestore di contenuti, in editore.
Ma i blog per la maggior parte delle persone rimanevano complessi, non erano fatti per essere gestiti ovunque grazie agli smartphone, era non semplice gestire contributi di terzi, ma soprattutto era complesso trasformare i lettori da passivi in attivi permettendo i commenti e la loro gestione.
Sono arrivati i social, è arrivato facebook, dove tutti sono iscrittitutti scrivonotutti leggonotutti possono semplicemente commentare.
Ognuno di noi con una page può semplicemente diventare un media, un editore, può fare in modo che altri pubblichino, può fare in modo che direttamente o altri possano gestire i commenti, si possono semplicemente pubblicare testi, immagini, gallery, video, … e questo può essere fatto anche a livello aziendale.

Il problema oggi è diverso e molto più complesso:
non richiede più una conoscenza tecnica superiore (anche se agevola) ma richiede:

  • qualità di contenutirelativamente al target
  • la capacità di gestire le risorse e i loro contributi
  • tempo (tanto) o soldi (tanti)

Tutto ciò è importantissimo ma bisogna essere in grado di attirare l’attenzionefar emergere.

Ovvero, in un mondo in cui tutto è in rete, creare una micro comunità che fidelizzata consulta e partecipa attivamente ai nostri messaggi è quasi impossibile senza le giuste strategie di comunicazione internet e a volte tradizionali.

20 anni fa bisognava insegnare a navigare
15 anni fa bisognava insegnare a fare un blog
10 anni fa bisognava insegnare a gestire uno user facebook
5 anni fa bisognava insegnare a gestire una page
nel frattempo bisognava capire come mettere far emergere quanto fatto.

EPALE ha pubblicato il post!