Olimpiadi della robotica 2018 in Thailandia

World Robot Olympiad Association annuncia che le finali di quest’anno avranno inizio venerdì 16 novembre a Chiang Mai, Thailandia. 484 team per un totale di oltre 1.200 giocatori provenienti da 63 paesi prenderanno parte alla rassegna gareggiando in otto categorie in base a età e attività da eseguire. I team dovranno dimostrare la loro capacità di problem solving e di innovazione utilizzando robot Lego progettati, costruiti e programmati da loro.

Il tema dell’evento 2018 attorno al quale sono basate alcune delle competizioni, è “Food Matters”. Le sfide sono note in anticipo così che i team possano definire il proprio approccio, ma all’inizio dei giochi sarà comunicata una regola a sorpresa che servirà a valutare la capacità di lavorare in squadra, pensare rapidamente e programmare senza aiuto hardware e software. Le squadre dovranno iniziare la competizione con i robot smontati e avranno un tempo limitato (oltre a vincoli dimensionali) per costruire il robot da zero, senza istruzioni o aiuti da parte di adulti.

Dislessia: linee guida per creare e stampare eccellenti materiali

Chi soffre di dislessia ha bisogno di testi chiari e semplici. La dislessia è infatti un disturbo che influisce sulla capacità di lettura e scrittura: i bambini dislessici riescono a compiere queste attività, ma devono impiegare molte energie. In Parlamento è stato presentato un disegno di legge sostituivo della normativa in corso e, in attesa che percorra il suo iter, la rivista GG Giovani Genitori, in collaborazione con Epson, ha stilato alcune linee guida per creare e stampare eccellenti materiali che possono essere un valido supporto per i bambini con disturbi dell’apprendimento.

Cosa rende più leggibile un testo?
Font arrotondati, ma anche carta opaca e colorata, impaginazione curata e sintassi lineare: questi sono alcuni dei principali aspetti che è necessario tenere in considerazione per ottenere testi accessibili anche per i bambini con problemi di dislessia.

Stile e struttura del testo
Per migliorare la leggibilità di un testo, innanzitutto, bisogna limitare la lunghezza delle frasi. Il consiglio è di ridurle a 60-70 caratteri privilegiando un’interlinea ampia (1,5 righe o doppia) e paragrafi brevi per “rompere” il testo. La spaziatura è fondamentale per migliorarne la chiarezza. Può essere d’aiuto per la comprensione usare il grassetto per sottolineare le parole importanti, mentre il corsivo facilita la lettura di parole consecutive. È raccomandato anche l’allineamento a sinistra del testo e la suddivisione in elenchi numerati o puntati, piuttosto che stampare paragrafi lunghi e compatti. È molto importante ricordarsi sempre che una disposizione coerente e lineare rende il testo più comprensibile per tutti.

Font consigliati e tipi di carta e colori
Con una dimensione minima tra i 12 e i 14 punti, i font arrotondati come l’Arial, il Comic Sans, l’Helvetica, il Tahoma, il Trebuchet e il Verdana sono ideali per essere letti da tutti con meno difficoltà.
Che sia per la ricerca scolastica o la stampa di un poster da appendere a scuola, per la stesura di un tema da leggere in classe o la tesina di fine corso, è importante ricordare che, per migliorare la leggibilità, è necessario evitare sempre di stampare un testo chiaro su sfondo scuro. Sebbene la carta colorata sia più indicata di quella bianca, l’ideale sarebbe di color bianco crema, meglio se opaca. Anche il peso del supporto influisce sulla lettura, perché la trasparenza del foglio rende più complicato distinguere i segni. Il peso minimo? Quello corretto è di 80-90 grammi.

Più di 50.000 giovani hanno partecipato a Meet and Code (iniziativa di coding)

I risultati di Meet and Code 2018 sono impressionanti: 1.100 eventi in 513 città in 22 paesi europei con oltre 52.000 giovani partecipanti. In tutte i paesi l’iniziativa Meet and Code è cresciuta in modo significativo rispetto al 2017: il numero di eventi e città e il numero di partecipanti sono aumentati dell’80% circa. La partecipazione femminile è rimasta elevata con presenze al 40%.

In Italia, hanno aderito al progetto ben 33 organizzazioni non-profit promuovendo sul territorio 36 eventi che hanno toccato temi diversi: dalla programmazione per droni, alla programmazione di palloni robotizzati e portieri di Lego per simulare partite di calcio, dalla programmazione condivisa per l’inclusione in sostegno a ragazzi disabili fino allo sviluppo del pensiero computazionale e alla progettazione tramite la stampa 3D o al coding applicato all’arte e alla musica.
L’ampia proposta didattica ha avuto un ottimo riscontro arrivando a coinvolgere oltre 3.600 ragazzi nei diversi corsi organizzati che hanno toccato 12 regioni: dal Piemonte alla Sicilia, dal Trentino-Alto Adige alla Calabria.

“Siamo da sempre molto sensibili alle iniziative che promuovono l’alfabetizzazione digitale dei giovani, è importante per loro conoscere come prendono vita le innovazioni, cosa c’è dietro allo sviluppo di applicazioni, cosa possono realizzare quando mettono in moto il proprio talento creativo”, ha dichiarato Luisa Arienti, Amministratore Delegato di SAP Italia. “Allo stesso tempo siamo molto vicini alle organizzazioni non-profit che ci aiutano a dar vita a queste iniziative. Vogliamo continuare a esplorare insieme nuovi percorsi per avvicinare i ragazzi al mondo del digitale per aiutarli a sviluppare quelle capacità e conoscenze di cui hanno bisogno per affrontare il mondo di domani”.

Un recente studio di McKinsey ha analizzato l’impatto della trasformazione digitale sulle competenze necessarie al lavoro e ha stimato che la variazione di ore lavorate tra il 2016 e il 2030 prevede una decrescita del 15% degli skill fisici, manuali e cognitivi di base, mentre prevede un aumento del 9% degli skill cognitivi di alto livello, del 27% di skill sociali e relazionali e del 61% di skill tecnologici.

Meet and Code è rivolto a bambini e ragazzi di età compresa tra gli 8 e i 24 anni. Come nel 2017, l’iniziativa ha avuto luogo all’interno della European Code Week in Austria, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Italia, Kazakistan, Macedonia, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ucraina e Regno Unito. Il contributo economico di SAP ha permesso a bambini e giovani di partecipare gratuitamente a questi appuntamenti con la tecnologia. L’iniziativa è stata organizzata da Haus des Stiftens gGmbH con il suo portale Stifter-helfen e i rispettivi partner nazionali di TechSoup Europe Network, la prima piattaforma internazionale che facilita la trasformazione digitale delle organizzazioni Non profit.

“Il grande successo di questa prima edizione italiana di Meet and Code – ha dichiarato Davide Minelli, Amministratore Delegato di TechSoup Italia – è un segno importante della crescente consapevolezza che la tecnologia e l’educazione al digitale rivestono un ruolo centrale nella formazione dei bambini e dei giovani. L’entusiasmo con cui le organizzazioni Non Profit italiane hanno risposto a questa iniziativa ci incoraggia a proseguire nel nostro lavoro per aumentare il know-how e la cultura digitale del Terzo Settore e facilitare percorsi di trasformazione digitale, a beneficio di tutta la comunità e in primo luogo dei più giovani”.

L’obiettivo dichiarato della EU Code Week è la programmazione e l’alfabetizzazione digitale per tutti e si accompagna con la promozione e il sostegno di piccole organizzazioni locali no-profit che operano in aree urbane e rurali. Questi principi hanno ispirato anche Meet e Code: quasi un evento su quattro si è svolto in centri urbani con meno di 10.000 abitanti e un altro 19% in città con una popolazione compresa tra 10.000 e 50.000 abitanti.

In totale, il 57% dei bambini e dei ragazzi che ha preso parte agli incontri Meet and Code è entrato in contatto con la programmazione per la prima volta nella loro vita. Circa l’86% vuole saperne di più sul coding e sugli argomenti digitali dopo aver partecipato.

In internet dove sono i miei dati?

Dagli indirizzi email ai numeri di telefono, dai luoghi di lavoro alle date di nascita: online c’è una quantità allarmante di informazioni su di noi. Gli europei hanno perso le tracce del viaggio fatto dai loro dati personali, di quali aziende o piattaforme detengano informazioni sulla loro identità o addirittura sui loro stessi figli. In breve, troppe persone in Europa hanno perso il controllo dei propri dati. Questa è uno dei temi chiave trattati alla Kaspersky Next Conference, l’appuntamento che ha riunito esperti del mondo cyber a Barcellona dal 29 al 31 ottobre. È anche un problema che Kaspersky Lab si è impegnata a risolvere: l’incubatore di start-up dell’azienda, infatti, ha lanciato durante l’evento la versione Beta del suo servizio Privacy Audit, progettato proprio per offrire agli utenti il modo per scoprire quali informazioni su di loro sono disponibili nel mondo online.

Grazie ad uno studio condotto su oltre 7.000 consumatori in tutta Europa, Kaspersky Lab ha scoperto che la perdita di controllo dei propri dati personali è qualcosa che riguarda la maggior parte delle persone in Europa. Le ragioni dietro questo fenomeno sono molte. I risultati mostrano che il 64% delle persone coinvolte dallo studio non conosce tutti i luoghi del web nei quali i loro dati personali sono stati archiviati. Cosa probabilmente ancora peggiore, il 39% dei genitori intervistati non sa nemmeno quali dati personali vengono condivisi online dai propri figli.

La ricerca di Kaspersky Lab mostra che i consumatori si preoccupano del destino delle loro informazioni: l’88% degli intervistati si preoccupa del possibile uso illegale dei propri dati. Il 57%, inoltre, si sentirebbe spaventato e/o stressato nel caso in cui i propri dati finanziari venissero violati. In particolare, solo il 45% dei partecipanti al sondaggio confida nel fatto che le grandi aziende si prendano cura dei loro dati e solo il 36% crede che i propri dati siano effettivamente protetti sui social media.

Nonostante questi dati, gli utenti non stanno facendo molto per evitare questo tipo di problemi e un numero preoccupante degli intervistati commette banali errori. Uno su cinque (20%) non protegge il proprio Wi-Fi con una password, il 31% afferma di “non aver mai aggiornato le opzioni di sicurezza del proprio router Wi-Fi” e il 30% non usa un software di sicurezza per la protezione dei propri dispositivi.

Ovviamente, anche laddove imprese e consumatori mettano in atto alcune forme di protezione, i comportamenti comuni possono renderle inutili. Le aziende che proteggono con cura i dati personali non possono impedire agli utenti di fare cose pericolose, come usare la stessa password per più account, condividere le loro password con altri o renderle facili da indovinare, o scegliendo di non proteggere il proprio router.

Vista questa situazione, perché le persone sembrano perdere il controllo dei propri dati così in fretta? Questa e molte altre questioni legate al tema della privacy sono state discusse in dettaglio nel panel intitolato “Il prezzo della privacy nell’epoca della promiscuità dei dati” in occasione della Kaspersky Next Conference di Barcellona. Marco Preuss (Director Europe del GReAT di Kaspersky Lab), Eva Galperin (CEO di EFF) e Nevena Ruzic (Head of Compliance at the Information Commissioner’s Office, Serbia) hanno condiviso le loro esperienze in materia.

In alcuni casi si può volere una cremazione digitale, un rimozione il più completa possibile da internet. Non è semplice, spesso non è possibile in modo totale ma lavorandoci manualmente si possono ottenere ottimi risultati.

Nevena Ruzic, Head of Compliance at the Information Commissioner’s Office Serbia ha dichiarato: “Siamo arrivati ad un momento nel quale la nostra vita è molto più esposta online che offline; il motivo è che mostriamo troppa ingenuità nel credere che i servizi online che utilizziamo siano “gratuiti”. Come utenti, dovremmo essere più consapevoli di dove mettiamo a disposizione i nostri dati; le organizzazioni che elaborano i dati personali hanno il dovere di farlo in conformità, non solo con le norme legali, ma anche con quelle etiche.”

Marco Preuss, Head of Kaspersky’s Global Research and Analysis Team in Europa ha commentato: “Le persone sanno che devono proteggere i propri dati, perché non farlo può avere effetti disastrosi. Se i vostri dati venissero rubati potreste perdere del denaro o vedervi attribuire un debito accumulato da qualcun altro, la vostra reputazione potrebbe essere distrutta, potreste persino essere accusati di un crimine. Le vostre informazioni personali potrebbero essere vendute e il denaro utilizzato per finanziare qualunque tipo di attività criminale.”

Investimenti nel capitale umano e nella formazione digitale indispensabili per la crescita e lo sviluppo

La convention annuale di AICA – occasione di incontro e confronto fra imprenditori e manager delle principali aziende italiane, esperti, analisti, rappresentanti istituzionali e della cultura – ha analizzato, venerdì scorso, scenari e opportunità della Digital Transformation come principale motore di crescita e progresso del Paese.
Numerose sono state le aree di dialogo, legate alla trasformazione digitale in Italia, a partire dal tema delle competenze e delle opportunità professionali del futuro.
Continua a crescere, infatti, la domanda di professionisti con skill e competenze digitali altamente specializzati ma l’offerta sul mercato è insufficiente. Questo è emerso dalle presentazioni afferenti al mondo ICT, supportate dai dati emersi dal Rapporto dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, che AICA promuove.
E anche dall’osservazione sulle professioni non informatiche, in cui si colloca la maggioranza degli occupati e dei candidati all’assunzione, si è rilevato che è necessario soddisfare la domanda crescente di skill digitali. In tutti i settori e in tutte le funzioni aziendali, è richiesta la capacità di competenze digitali avanzate per comunicare, incrementare le vendite, migliorare la produttività e gestire i sistemi informativi.
Se il mercato è alla ricerca di forza lavoro con un adeguato sapere digitale, è arrivato il momento di adeguare i percorsi formativi e sostenere l’aggiornamento digitale di milioni di lavoratori attraverso la formazione continua.
Big Data uguale Big Knowledge: questo lo strumento dell’Osservatorio che ha analizzato le informazioni contenute in 540.000 ricerche di personale via Web per 239 figure professionali avvenute nel 2017 e ulteriori rilevazioni e focus group per i settori dell’Industria, del Commercio e dei Servizi, con particolare riferimento alla manifattura della meccanica e del fashion, al piccolo commercio al dettaglio della moda, all’hospitality (alberghi- ristorazione) e al settore pubblico.
Il peso degli skill digitali (DSR-Digital Skill Rate) nei diversi mestieri continua a crescere ed è una componente imprescindibile delle professioni non informatiche, sia per le attività caratteristiche dell’azienda (quelle cosiddette Core) sia per quelle di Supporto e Management.
Nell’Industria è stato registrato un DSR che va dal 20% medio per le professioni di Supporto e Management al 17% medio per le figure Core, con punte più elevate nella produzione, progettazione, ricerca e sviluppo, nel marketing e nella gestione delle risorse umane. Rispetto al 2014, nel 2017 si è riscontrato un incremento del DSR del 4% per le professioni dell’area di Supporto e Management e del 2% per quelle dell’area Core. Stesso andamento si registra nei settori dei Servizi e del Commercio. Nei Servizi, il DSR medio va dal 14% per le figure di Supporto e Management al 13% per le figure professionali Core, ove il DSR è cresciuto del 3% dal 2014 al 2017. Nel Commercio, l’indicatore presenta valori medi del 13% per le figure di Supporto a Management e del 12% per quelle Core.
“Come Associazione ringraziamo tutti gli ospiti della convention che, con le rispettive testimonianze, hanno contribuito a disegnare un quadro completo e approfondito degli scenari della Digital Transformation in Italia. Il tema che emerge da ogni punto di analisi è la domanda importante di competenze digitali e la necessità di investire nel capitale umano, fattore essenziale per la crescita di cui il nostro Paese ha bisogno. Le digital skill sono fondamentali perché l’evoluzione tecnologica sia sempre più rapida e la trasformazione digitale garantisca occasioni per creare nuove opportunità”, dichiara Giuseppe Mastronardi, Presidente di AICA.

Pensiero computazionale: corso a Pisa finanziato da Google

A Pisa città dell’informatica, l’Università si è aggiudicata un finanziamento Google per realizzare un progetto che coinvolge le scuole secondarie di secondo grado. Sono più di cinquanta i docenti da tutta Italia che nelle prossime settimane frequenteranno il corso sul “Pensiero computazionale”, organizzato dall’Ateneo e finanziato dal più famoso motore di ricerca di Internet. L’intero progetto, ideato da Paolo Ferragina e Fabrizio Luccio, è infatti risultato tra i tre vincitori italiani del Google Educator Grant Award 2018.

L’iniziativa è stata illustrata in Rettorato venerdì 26 ottobre, dal rettore Paolo Mancarella, dai professori Paolo Ferragina, Fabrizio Luccio e Pietro Di Martino, delegato quest’ultimo per la formazione insegnanti, e dal provveditore agli studi Giacomo Tizzanini.

“L’Università di Pisa è da sempre sensibile alle iniziative rivolte alle scuole – ha detto il rettore Paolo Mancarella – Questo progetto conferma come Pisa sia ormai un riferimento per la formazione informatica, dalle scuole superiori fino ai percorsi universitari. L’informatica poi è la disciplina che mi ha portato a Pisa, quindi la soddisfazione per me è doppia. Per questo ringrazio di cuore, a nome mio personale e di tutto l’Ateneo, i colleghi e amici Paolo Ferragina e Fabrizio Luccio che, ancora una volta, hanno saputo dare lustro alla nostra Università”.

Il corso, le cui iscrizioni si chiuderanno il prossimo 31 ottobre, comincerà il 12 novembre con l’intervento del professor Luccio su “Algoritmi e coding”, cui seguiranno altri nove appuntamenti distribuiti tra novembre e dicembre. Lezioni e laboratori non prevedono conoscenze pregresse di Informatica e saranno quindi strutturate in modo da essere fruibili da tutti i docenti delle materie scientifiche e tecnologiche. Oltre ai docenti del dipartimento pisano di Informatica, gli incontri saranno tenuti dai professori Fosca Giannotti, del CNR di Pisa, Alberto Policriti, dell’Università di Udine, Sergio Rampino, della Scuola Normale Superiore, e Cecilia Laschi, della Scuola Superiore Sant’Anna.

L’obiettivo, ha sottolineato il professor Ferragina, è quello di “descrivere in un linguaggio matematico elementare problemi reali e loro soluzioni algoritmiche che nascono in vari ambiti in cui l’impiego dell’informatica è oggi fondamentale, quali crittografia, motori di ricerca, bioinformatica, reti sociali, intelligenza artificiale, big data e robotica. Ampio spazio sarà riservato alla discussione con i partecipanti su come le nozioni presentate in classe potranno essere trasferite nell’insegnamento della scuola secondaria di cui proprio i partecipanti sono gli esperti. Così, le attività laboratoriali saranno declinate in due modi: i docenti con conoscenze pregresse di coding potranno realizzare in linguaggio Python gli algoritmi visti in classe con l’aiuto di personale universitario e membri del club CoderDojo di Pisa; gli altri potranno approfondire, insieme ai docenti delle lezioni, alcuni argomenti e progettare moduli possibilmente multi-disciplinari, che siano utilizzabili direttamente in classe con gli studenti delle scuole”.

Nella fase iniziale il percorso formativo, accreditato dal MIUR e disponibile sulla piattaforma Sofia, ha coinvolto le scuole dell’area pisana, ma sarà diffuso anche in streaming tramite la piattaforma Mediateca dell’Università di Pisa in modo da poter essere fruito da docenti di altri istituti superiori della Toscana e di altre regioni. Tutto il materiale didattico sarà reso disponibile pubblicamente sul sito del progetto: ilpensierocomputazionale.di.unipi.it

Mantova città della scienza

Dal 5 al 16 novembre la città di Mantova ospiterà Mantova Scienza, il festival interamente dedicato alla divulguazione scientifica. L’evento si articola in conferenze, dibattiti, proiezioni cinematografiche e laboratori, rivolti ad un pubblico eterogeneo, che va dai bambini agli adulti. Lo scopo è quello di richiamare l’attenzione della cittadinanza e renderla maggiormente consapevole delle più attuali scoperte e ricerche scientifiche. Sono previsti, infatti, gli interventi di relatori di spicco a livello nazionale ed internazionale ai quali spetta il compito di appassionare il pubblico alla scienza, raccontandone e mostrandone fatti, risultati e curiosità.

La rassegna dedica, inoltre, un apposito spazio del suo programma alle scuole per le quali organizza laboratori didattici della durata di 90 minuti e suddivisi per ordine di scuola e per tematica (ad esempio chimica, astronomia, botanica, etc.). I laboratori, che si svolgono principalmente al mattino, sono sparsi per la città e sono strutturati in modo da coinvolgere gli studenti nello studio delle discipline scientifiche attraverso un approccio didattico innovativo. A corredo dell’intero festival, una rassegna speciale dedicata ai film a tema scientifico, commentati in sala da esperti e ricercatori impegnati sui più avanzati e innovativi fronti di ricerca.

I bambini preferiscono gli smartphone a qualsiasi altro passatempo compresi i dolci!

I genitori si sentono in colpa per la quantità di tempo che trascorrono online in presenza dei loro figli, e i bambini rimproverano i più adulti di passare troppo tempo “incollati” allo schermo di uno smartphone. Questo è l’assunto principale che emerge dall’ultima ricerca di Norton by Symantec secondo la quale quasi 3 persone intervistate su 4 (73% in EMEA, il 74% in Italia) pensano che i genitori stiano dando un cattivo esempio ai propri figli passando troppo tempo online, e 3 su 10 (il 36% a europeo, il 32% in Italia) addirittura ammettono di essere stati sgridati dai figli per il loro comportamento. Questi dati sottolineano come le famiglie di oggi siano ancora alla ricerca di un giusto equilibrio rispetto al tempo e alle modalità adottate nell’utilizzo delle nuove tecnologie e di Internet, in un mondo sempre più fluido e connesso.
Svolta su un campione di quasi 7.000 risposte ricevute da genitori di ambo i sessi provenienti da 10 paesi in Europa e Medio Oriente (area EMEA), con bambini di età compresa tra i cinque e i sedici anni, la ricerca My First Device di Norton offre approfondimenti e spunti di riflessione sulle sfide affrontate dalla prima generazione di genitori cosiddetti “digital-first”, ovvero quelli con i figli che non hanno mai conosciuto un mondo senza smartphone e tablet. Sulla base dei risultati emersi, i genitori di oggi si affacciano a nuovi scenari rispetto alla corretta educazione in un mondo sempre più digitale e connesso, che mette in discussione metodologie e approcci su diversi temi, tra i quali l’età giusta in cui il loro bambino dovrebbe essere esposto allo schermo di un dispositivo mobile, o quale sia l’età più giusta per dotare un bambino del suo primo device personale. La ricerca esamina anche le abitudini personali in ambito digitale, e quali sono i potenziali effetti, positivi o negativi, sui figli.
“Essere genitori oggi non è semplice”, afferma Ida Setti, Direttore Commerciale Sud Europa Norton. “Le vecchie sfide finalizzate a convincere i bambini a mangiare più verdura e ortaggi, andare a letto in orario e fare i compiti sono ancora lì, ma ci sono nuove problematiche legate alla tecnologia che i genitori devono affrontare. A differenza dei loro figli, la maggior parte dei genitori di oggi non è cresciuta con dispositivi connessi come smartphone e tablet, e ciò lascia loro alle prese con la creazione e l’applicazione di nuove regole legate alla fruizione di contenuti su schermo. ”
La ricerca Norton fa emergere anche che gli smartphone sono il passatempo preferito da parte dei bambini (il 58% di media in EMEA, addirittura il 71% in Italia), rispetto ai tablet (50% media EMEA, 60% Italia), i videogiochi (40% media EMEA, 55% Italia), la televisione (40% EMEA, 63% Italia), i dolci e le caramelle (38% media EMEA, 63% in Italia) e il cosiddetto “cibo spazzatura” (30% EMEA, 37% in Italia). Inoltre, risulta evidente che i bambini passano più tempo davanti allo schermo di uno smartphone che a giocare all’aperto (2h e 35m di media ogni giorno contro 1h e 58m in media passati all’aperto), con più di un quarto dei genitori che afferma che i loro figli trascorrono online più tempo di loro stessi.

I bambini britannici sono quelli che passano più tempo davanti ai dispositivi mobili, quasi tre ore al giorno, seguiti dai bambini svedesi (2h e 47m di media) con i bambini italiani a 2h e 24m minuti (ultimi in questa classifica insieme ai bambini polacchi e spagnoli).

Utili o nocivi? I genitori si interrogano sull’uso dei dispositivi mobili da parte dei loro figli

La metà dei genitori ritiene che la tecnologia mobile e i dispositivi mobili possano aiutare i propri figli nei processi di problem solving e apprendimento (51% in area EMEA, 42% in Italia), per la creatività (48%) e una maggiore felicità a livello generale (45%), con quasi i tre quarti (72% in EMEA, il 76% in Italia) che afferma che il fatto di avere cura di un dispositivo mobile personale, insegna ai bambini ad avere maggiore responsabilità in generale.
D’altro canto, gli stessi genitori sono preoccupati riguardo al potenziale impatto negativo dell’uso dei device: più della metà dei genitori (52% in area EMEA, il 54% in Italia) afferma che il tempo trascorso sullo schermo di un dispositivo mobile influisce negativamente sulla qualità del sonno dei propri figli. I genitori si preoccupano anche degli effetti dannosi che i dispositivi hanno sui livelli di energia corporea (42%), le capacità relazionali in ambito sociale (40%), e addirittura sulla salute mentale (37%).
E queste preoccupazioni sono legate anche all’età nella quale i bambini ricevono il primo dispositivo personale. Dalla ricerca Norton emerge che, nella media dei paesi EMEA, i bambini ricevono il primo device mobile personale a 9 anni, mentre in Italia a 10; al contempo, i genitori nella media EMEA pensano che l’età giusta sia 10 anni, in Italia i genitori sono convinti invece che sia ad 11 anni. Per citare il pensiero di uno dei padri dell’innovazione tecnologica, Bill Gates afferma che non esiste un’età specifica più idonea per affidare un device personale ad un bambino, ma lui personalmente regalerebbe uno smartphone al proprio figlio non prima dei 14 anni.
La maggior parte dei genitori cerca di far rispettare le regole relative alla fruizione dei contenuti digitali, ma ammettono anche che potrebbero essere loro stessi il peggior nemico, poiché sentono di non riuscire a creare buoni esempi per i loro figli. Un genitore su due (56%) afferma di trascorrere troppo tempo online e quasi la metà (49% in area EMEA, il 43% in Italia) si sente in colpa per il tempo trascorso a navigare sul web. Addirittura, un terzo dei genitori (36%) ammette che i propri figli li rimproverano per aver trascorso troppo tempo online o in orari inappropriati, e più della metà (57% nella media EMEA, 63% in Italia) sono preoccupati di dare un cattivo esempio ai bambini.
“I genitori, da un lato, intuiscono chiaramente i vantaggi potenziali offerti dai dispositivi mobili per i loro figli, dall’altro vogliono anche applicare procedure sane in relazione al tempo trascorso su schermo, perché si rendono anche conto degli effetti negativi che smartphone e tablet possono avere sul sonno e sulla salute mentale”, aggiunge Ida Setti. “Dovremmo essere consapevoli di quanto tempo trascorriamo online e affrontare il problema dell’eccessivo tempo che passiamo su uno schermo, e in questo senso i genitori dovrebbero possibilmente dare il buon esempio. Abbiamo scoperto che il 56% dei genitori ha già fissato orari o giorni specifici “senza tecnologia” in casa, momenti nei quali tutti sono tenuti ad essere lontani da ogni tipo di device digitale. E queste nuove abitudini offrono una grande opportunità per prendere meglio in considerazione il livello della nostra dipendenza dai dispositivi”.

Le mutevoli regole della genitorialità tradizionale nel mondo digitale

Di sicuro i genitori di oggi hanno bisogno di più supporto quando si tratta di impostare controlli e restrizioni, con quasi la metà (48% in area EMEA, il 49% in Italia) degli intervistati che afferma di voler fissare limiti maggiori e avere più influenza sui figli nell’utilizzo dei dispositivi connessi, ma molti non sanno come farlo, mentre il 64% dei genitori coinvolti nella ricerca in area EMEA (addirittura l’80% degli italiani) sentono l’esigenza di avere più consulenza e supporto, ed essere meglio indirizzati nel proteggere i loro figli online. Allo stesso tempo 1 genitore su 10 ammette di non aver stabilito alcuna regola per l’utilizzo dei dispositivi, affermando che i propri figli sono così esperti di tecnologia che sarebbero in grado di aggirare le regole.
È interessante notare che la ricerca ha anche rilevato un livello maggiore di severità tra i genitori più giovani (75%) e i genitori di bambini più piccoli (74%), rispetto ai genitori più anziani (59%) e quelli con bambini più grandi (53%). Oltre la metà dei genitori intervistati (59% in area EMEA, il 55% in Italia) consente al proprio figlio di andare online da solo nelle proprie camere da letto e oltre un terzo (35%) ammette che questa abitudine è valida anche per i bambini di età compresa tra i cinque e i sette anni.
In base ai risultati della ricerca My First Device e l’esigenza espressa da molti genitori di avere maggiori indicazioni utili per comprendere i migliori usi e costumi relativi all’utilizzo dei dispositivi mobile da parte dei propri figli, Norton ha sviluppato una lista di suggerimenti pratici per aiutare tutti i genitori a districarsi al meglio nella gestione dei device:
Stabilire regole e linee guida chiare da applicare in casa: queste possono includere l’impostazione di limiti per l’orario di utilizzo degli schermi, il tipo di contenuto al quale un bambino può accedere online, o il tono e il linguaggio appropriato da utilizzare in rete. Queste regole dovrebbero variare in base all’età, alla maturità e al livello di comprensione dei rischi che i bambini potrebbero incontrare online
Invitare i bambini ad accedere alla rete in spazi comuni: si tratta di trovare il giusto equilibrio per non far sentire i figli troppo controllati, e che non hanno bisogno di nascondersi per navigare in rete. Ciò aiuterà i genitori a rilassare la mente su quello che i figli stanno facendo in quel momento, e sapranno che possono venire da loro se sono confusi, spaventati o preoccupati da qualcosa che hanno visto o letto in rete.
Stimolare e mantenere un costante e libero dialogo con i bambini in relazione alle esperienze vissute sulla rete, inclusi i casi in cui è possibile pensare a fenomeni di cyberbullismo. Per questo, può essere di aiuto consultare il sito dedicato di Norton Cyber Safety for Kids.
Incoraggiare i bambini a pensare prima di cliccare: nel momento in cui visitano un sito online di video, o se ricevono un link da fonte ignota in un’email o mentre navigano sul web, è bene ricordare ai propri figli di non cliccare sui link, perché potrebbero essere portati su un sito di contenuti inappropriati. Cliccare su link relativi a fonti sconosciute, è la strada più semplice per farsi attaccare da virus o rivelare inconsapevolmente dati personali e informazioni di valore.
Verificare contenuti potenzialmente dannosi: dai siti web alle app, ai giochi e alle community online, i figli hanno accesso a molti contenuti che possono influenzarli sia positivamente che negativamente. L’utilizzo di strumenti intelligenti per la sicurezza della famiglia online, nonché le impostazioni di sicurezza integrate nei browser, possono aiutare l’intero nucleo familiare a stare al sicuro.
Discutere sempre sui rischi legati alla pubblicazione e condivisione di informazioni private, video e foto, specialmente sui social media.
Diventare un modello positivo. I bambini imitano facilmente i comportamenti dei genitori, quindi è giusto educare attraverso l’esempio.
Utilizzare un buon software di sicurezza, come Norton Security, per proteggere bambini e dispositivi da siti Web potenzialmente dannosi, virus, tentativi di phishing e altre minacce online progettate per rubare informazioni personali e finanziarie.

ll 65% degli studenti e dei lavoratori in Italia sta facendo una formazione già sorpassata. Tra 10 anni saranno desuete il 60% delle imprese e delle professioni.

Qual’è il futuro della formazione in Italia? Da oltre 10 anni a rispondere ha contributo ExpoTraining, la più importante manifestazione italiana del settore, che ogni anno presenta il suo Libro Bianco sulla Formazione, ormai un punto di riferimento per conoscere presente e futuro della formazione. Una ricerca ampia, basata sul coinvolgimento di oltre 600 stakeholder tra imprenditori, esperti del settore, sindacalisti, esponenti delle istituzioni, che si confronteranno con il pubblico in oltre 600 tra workshop e tavole rotonde.

I prossimi 24 e 25 ottobre a Fiera Milano si riuniranno nel Forum Imprese e Management le principali associazioni imprenditoriali, i sindacati, le istituzioni nazionali e locali, le aziende che si occupano di formazione, per discutere dei dati, per analizzare le tendenze, per conoscere le buona prassi e per fare proposte concrete.

“Di formazione non si parla poi molto, mentre invece è davvero la base indispensabile per dare vera forza alle imprese italiane e per creare valore ed occupazione – ha dichiarato Carlo Barberis, Presidente di ExpoTraining – Tra tanti numeri mi pare significativo un dato prima di tutti: il 77% degli imprenditori ritiene che la formazione sia uno strumento strategico, l’unico in grado di uscire dalla debole crescita italiana. E negli ultimi 3 anni questo dato è cresciuto del 36%. E’ quindi tempo che la formazione esca dal dibattito dei soli addetti ai lavori e che diventi effettivamente centrale sia dal punto di vista culturale, sia da quello politico. La formazione non è solo necessaria, è davvero il fronte su cui si misurano e si misureranno le economie, chi non forma muore: il 60% delle imprese e delle libere professioni che oggi conosciamo tra 10 anni saranno desuete e scompariranno, sostituite da nuovi lavori e competenze.”

“Quest’anno ad ExpoTraining ci interrogheremo su quanta e quale innovazione reale stanno facendo le imprese italiane e come la formazione stia cambiando il mondo del lavoro, anche alla luce del Piano Industria 4.0. E verificheremo come, nonostante la crescita di consapevolezza che pure si è registrata, ancora oggi il 65% degli studenti e dei lavoratori sta facendo una formazione già vecchia.”.

Intelligenza artificiale, automazione e trasformazione del mercato del lavoro

Marco Comastri, General Manager EMEA, CA Technologies

Software che “impara a imparare”
Al giorno d’oggi, i cambiamenti si susseguono a un ritmo esponenziale sospinti principalmente da nuove tecnologie quali automazione e intelligenza artificiale. A questo proposito vorrei sottolineare come la vera sfida dell’innovazione nell’ambito dell’automazione e dell’intelligenza artificiale si giochi soprattutto a livello del software che governa impianti produttivi, sistemi di fatturazione, customer relationship, assistenza al cliente e customer experience.
Persino lo sviluppo del software stesso è ormai sempre più automatizzato, con un conseguente risparmio di risorse e benefici significativi in termini di qualità del codice e delle applicazioni prodotte. L’automazione nel campo del software si è inoltre arricchita di “intelligenza” e nei prossimi anni sarà sempre più frequente l’utilizzo di soluzioni software in grado di gestire lo sviluppo del codice al fianco e, in alcuni casi, al posto degli esseri umani.
Il software che “impara a imparare” realizzerà l’utopia del self-writing software, ovvero del software che si scrive da solo attraverso un meccanismo di autoapprendimento.

Le opportunità introdotte dall’automazione
Le opportunità abilitate da automazione e intelligenza artificiale sono infinite, ma al tempo stesso fonte di forte preoccupazione. Prendiamo ad esempio quanto accaduto presso il laboratorio di ricerca di Facebook, dove scienziati e ingegneri hanno dovuto bloccare un esperimento che vedeva coinvolti due programmi di intelligenza artificiale, dopo aver scoperto che i due robot avevano iniziato a interagire parlando una lingua sconosciuta agli uomini e comprensibile solo a loro.
L’idea che due macchine possano trovare un modo di comunicare autonomo ha accresciuto i timori che già da tempo attanagliano chi prevede un futuro nel quale le intelligenze artificiali possano diventare così potenti da rendersi completamente indipendenti dagli esseri umani. Di certo questo episodio ha alimentato una questione tutt’altro che risolta: l’Intelligenza Artificiale rappresenta una risorsa o un pericolo per l’umanità? La domanda non è nuova, ma la risposta è ancora controversa.
In molti, le parole ‘automazione’ e ‘intelligenza artificiale’ suscitano timori come la disoccupazione di massa, l’aumento delle disuguaglianze e l’avvento di un mondo dove gli esseri umani verranno sempre più sostituiti dai robot. È indubbio che l’automazione e l’intelligenza artificiale diano vita a nuove opportunità, ma creino al tempo stesso grandi sfide. Un po’ com’è stato per le rivoluzioni industriali che l’hanno preceduta, anche la cosiddetta quarta rivoluzione industriale racchiude in sé grandi potenzialità, ma occorre prendere subito le decisioni giuste, in ambito imprenditoriale e politico, e adottare un nuovo approccio alla formazione e al lavoro.

Lavori automatizzati all’orizzonte
Le previsioni sull’impatto nel mondo del lavoro non possono essere ignorate. Secondo alcuni studi, in futuro una percentuale di posti di lavoro compresa tra il 9 e il 50 per cento potrebbe essere automatizzata. Vorrei però sottolineare che l’estrema variabilità di questa stima la rende non solo poco significativa rispetto a un orientamento generale, ma ha anche il difetto di non definire il quadro complessivo. Bisogna infatti considerare che già oggi quasi tutti gli incarichi lavorativi prevedono alcune mansioni automatizzabili con le tecnologie esistenti: McKinsey stima che il 30% delle attività svolte oggi nell’ambito del 60% delle occupazioni può essere automatizzato.
È altrettanto vero che sono davvero poche le occupazioni destinate a scomparire del tutto nel breve termine. Secondo alcune analisi, solo il 5% del totale dei lavori odierni potrebbe essere sostituito dalle tecnologie attualmente in uso.
Non dimentichiamo, poi, che l’automazione arriverà a ondate; in un’analisi di PWC su oltre 200.000 posti di lavoro in 29 Paesi, si stima che la prima ondata di automazione – prevista per i primi anni del prossimo decennio – interesserà il 3% dei posti di lavoro, mentre la seconda e la terza – contraddistinte da un’adozione più matura – porteranno ad una automazione del 30% dei posti di lavoro entro la metà del 2030.

Nuovi modelli lavorativi
È quindi indispensabile giocare d’anticipo e prepararsi ad affrontare il cambiamento, in un futuro che dovrà necessariamente essere più collaborativo.
Il cambiamento più grande dell’età dell’automazione sarà, infatti, rappresentato da nuovi modelli lavorativi fondati sulla collaborazione tra uomo e macchina, sul mix di hard e soft skill, e sulla commistione tra risorse con competenze tecnico-scientifiche e artistico-umanistiche.
Man mano che un crescente numero di robot eseguirà i lavori di routine, le persone potranno assumere nuovi incarichi che nasceranno all’interno di discipline quali l’ingegneria robotica, il data analytics, la cybersecurity, l’Internet delle Cose, oltre a mansioni che richiedono qualità uniche del genere umano quali creatività, iniziativa, leadership e lavoro di squadra per generare innovazione e favorire il progresso dell’umanità.
Tutto ciò che oggi è vulnerabile in azienda – in termini di dati e continuità operativa – lo sarà ancora di più domani. L’intelligenza artificiale offrirà grandi vantaggi, ma, al tempo stesso costringerà le aziende a fronteggiare nuove minacce; sarà quindi indispensabile combattere alcuni rischi connessi all’intelligenza artificiale facendo ricorso all’intelligenza artificiale stessa. Anche in questo caso sarà responsabilità e compito dell’uomo rendere possibile tutto questo.

Coniugare skill umanistiche e scientifiche
Le nuove sfide richiederanno alle aziende la capacità di coniugare skill umanistiche e scientifiche all’interno di nuovi team di lavoro multidisciplinari, formati da risorse con profili e background diversi: l’esperto in sicurezza informatica dovrà lavorare con colleghi psicologi, antropologi e laureati in economia. Si tratta di un’importante novità rispetto al passato. Questa commistione, che si può riassumere con l’acronimo STEAM (Science, Technology, Engineering, Arts & Mathematics), può rappresentare una grande opportunità per i giovani.
È indubbio che, in un mondo del lavoro sempre più condizionato dall’automazione e dall’utilizzo dei robot, una delle priorità sarà quella di promuovere soluzioni di collaborazione costruttiva fra uomini e macchine. Per questo motivo, i robot in molti ambiti stanno per essere sostituiti dai “cobot” – contrazione di “collaborative robot” – ovvero robot che collaborano con l’uomo in qualità di “assistenti” nell’ambito di una attività o processo oppure di “guida”, progettati per agire secondo istruzioni umane o per reagire a comportamenti e azioni umane.
I cobot possono rappresentare un preziosissimo aiuto per i lavoratori, imparando da questi ultimi a eseguire le attività in modo più rapido, efficiente e accurato. Non si tratta più di macchine capaci di compiere movimenti ripetitivi, ma di macchine in grado di “imparare”, “pensare” e “agire” accanto all’uomo nel vero senso della parola.
La sfida per le aziende sarà quella di adeguare l’organizzazione, i processi, i modelli operativi e la gestione delle risorse – umane e non – per riuscire a cogliere le opportunità generate dalla cobotica. CA Technologies ha avviato recentemente in Finlandia una collaborazione su un progetto di “cobotica” – robotica collaborativa – con la TUT (Tampere University of Technology) e Tieto per esplorare come rendere più sicuri ed efficaci possibili i flussi di lavoro tra uomo e robot.

Upskilling per il futuro del lavoro
Tutti questi sviluppi testimoniano che le competenze umane continueranno a svolgere un ruolo cruciale nei moderni luoghi di lavoro. Tuttavia, per metterne a frutto il potenziale, è indispensabile un’azione congiunta da parte dei leader aziendali e politici al fine di garantire che i lavoratori, attuali e futuri, acquisiscano le skill, le conoscenze e le capacità adatte a rispondere alle sfide del futuro.
In particolare, occorre dedicare maggiore attenzione ai programmi di upskilling e reskilling, tema che ha assunto un ruolo di primo piano nell’edizione 2018 del World Economic Forum di Davos, che si è conclusa con il varo di una nuova iniziativa denominata “IT Industry Skills Initiative”.
Costruito attorno a una piattaforma gratuita online, chiamata SkillSET, il progetto ha lo scopo di rendere accessibili risorse e opportunità formative a un milione di persone entro il 2021.
Risorse innovative come queste rappresentano un primo piccolo passo per permettere alla popolazione in tutto il mondo di cogliere le opportunità che questa nuova era offre – ma c’è ancora molto da fare. Dai progetti di cobotica alle iniziative di upskilling e alle attività che contribuiscono a ispirare la prossima generazione di innovatori e leader digitali, è fondamentale intensificare i legami tra i governi e l’industria per accelerare il ritmo del progresso.
Il futuro del lavoro è nelle nostre mani e l’intelligenza artificiale è solo l’ultimo anello di una lunga catena di straordinari sviluppi concepiti e realizzati dall’uomo. Solo prendendo ora le decisioni giuste in ambito politico e imprenditoriale riusciremo a estendere a tutti gli interessati i potenziali benefici di questa nuova ondata di innovazione.

www.theskillset.org