E se le competenze umane non fossero più sufficienti a star dietro alla necessaria comprensione della tecnologia?

Ho appena ricevuto un comunicato stampa di Hays, gruppo leader a livello mondiale nel recruitment di professionisti specializzati, che voglio condividere nella sua parte iniziale come spunto di riflessione per la formazione digitale degli adulti (e di conseguenza dei ragazzi e di tutti):

Il continuo progresso tecnologico garantirà alle aziende sempre più strumenti da impiegare nelle strategie di sviluppo. Per massimizzare i vantaggi dell’avvento delle nuove tecnologie, è fondamentale che manager e responsabili delle risorse umane comprendano e anticipino l’impatto che queste potranno avere su tutte le dinamiche aziendali: dal reparto HR al marketing, passando per il finance, nessun settore sarà immune al progresso tecnologico e alla digitalizzazione. 
“La velocità con cui il cambiamento tecnologico ha invaso il mercato del lavoro negli ultimi anni è davvero impressionante – afferma Jacky Carter, Group Digital Engagement Director di Hays -. Avere un così ricco bacino di tecnologie da cui attingere, implica la necessità, da parte dei manager, di avere le tech skill adeguate per poter identificare quelle più adatte allo sviluppo del proprio business. Per molti professionisti sarà quindi necessario un costante aggiornamento per rimanere sulla cresta dell’onda”. 

Secondo gli esperti Hays, al primo posto il principale trend per il 2019 è:

L’apprendimento continuo come skill fondamentale 
Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente, in particolare ai lavoratori è richiesta una sempre maggiore flessibilità. Oggi i percorsi lavorativi sono in continua evoluzione e i professionisti dovranno aggiornare costantemente le proprie competenze per tenere il passo con i cambiamenti generati dallo sviluppo tecnologico. Le aziende che vogliono risultare vincenti sul mercato dovranno offrire ai propri dipendenti i giusti strumenti per migliorare e incrementare le loro skill tecnologiche.

Questa è l’esigenza primaria delle aziende mondiali, avere a disposizione persona sempre più “informaticamente” preparate. Come e dove reperirle? La tecnologia aumenta in ogni oggetto, aumenta la sua complessità ed aumenta la necessità di avere tali oggetti.
Prendiamo ad esempio la macchina che si guida da sola. Richiederà una complessità di tecnologia immensa e potrebbe permettere un numero di incidenti molto minori dovuti a distrazione, sonnolenza, utilizzo di smartphone, sostanze, alcool, …

E se le competenze umane non fossero più sufficienti a star dietro ad una necessità di tale comprensione della tecnologia?
​Si sta lavorando anche in questo ambito con l’intelligenza artificiale (AI) e il machine learning.

Questo articolo è piaciuto alla redazione di EPALE e pubblicato.

Chromebook e la scuola

Acer chromebook tab 10

In tutto il mondo i chromebook stanno conquistando una fetta sempre più importante di mercato soprattutto nelle scuole.
Un chromebook solitamente costa poco, attorno ai 300 euro, ha un sistema operativo minimale, pensato e realizzato per essere di semplice gestione, di avvio immediato e per funzionare ovunque vi sia una rete wifi con connessione ad internet.

Un chromebook senza internet e senza servizio cloud è quasi inutilizzabile. Certo si può utilizzare in locale ma solo con la rete si potrà sincronizzare ogni file creato, ricevere e spedire email, utilizzare chat, chiamate, …

Un chromebook è un computer simile allo smartphone (un android) ma in genere non adatto a chiamate G (4G, 5G, …)

Io ho provato un Acer chromebook tab 10. Immediato da utilizzare sia per chi utilizza abitualmente uno smartphone (essendo un android si potranno scaricare le app necessarie) sia per chi usa un computer in ottica cloud Google.

Alla base di tutto c’è il browser chrome, l’office Google in cloud (drive) e gmail.

Come per gli smartphone si può lavorare in verticale o in orizzontale, si possono fare fotografie e selfie. Lo schermo touch è semplice da utilizzare, grande e luminoso. A me sinceramente manca la tastiera, sono molto più veloce e riesco senza guardarla a digitare con più dita, trovo più semplice digitare i caratteri accentati, la chiocciola. Sono molto più veloce e preciso con una tastiera tradizionale ma quasi sicuramente supporterà tastiere bluetooth o avrà la possibilità di essere inserito in una docking.

Io sono ancora della vecchia scuola dei portatili con windows 10, applicazioni e memorizzazione locale ma mi rendo conto che la semplicità di utilizzo e di gestione di un chromebook con un’ottima connessione internet e applicazioni e dati in cloud è di una comodità unica e sempre più verrà scelta come soluzione oltre che dalle scuole da tutti gli utenti finali.
Interessante l’utilizzo dello stilo e la possibilità di fare screenshot totali o di aree.

Trovo l’Acer chromebook tab 10 un’ottima soluzione anche se per le mie attuali necessità è ancora una soluzione parziale però più che sufficiente per un utilizzo informatico normale.

Ho scoperto che è prevista una installazione linux al momento in beta. Potrebbe trasformarlo, se necessario in un computer tradizionale.

A scuola non insegnano il modo in cui imparare le materie di studio

Non conosco Scientology, sono cristiano, però condivido che a scuola non insegnano il modo in cui imparare le materie di studio. Questa è la fase mancante di tutta l’istruzione.

Io riporto la loro “pubblicità”. 

Pensateci un attimo: in tutto il tempo che avete trascorso a scuola, qualcuno vi ha mai insegnato come studiare qualcosa? Tutta l’attenzione si concentra sulle materie di studio ma non sul modo per apprendere veramente qualsiasi informazione.

Al giorno d’oggi ci sono persone che, quando finiscono la scuola, non sono neanche capaci di leggere o scrivere ad un livello adeguato a mantenere un lavoro o affrontare la vita con successo. È un problema enorme. Non è che sia impossibile imparare le materie di studio; il fatto è che a scuola non insegnano il modo in cui impararle. Questa è la fase mancante di tutta l’istruzione.

L. Ron Hubbard ha colmato questa lacuna con la prima e unica tecnologia che insegna come studiare. Egli ha scoperto le leggi dell’apprendimento e ha ideato metodi efficaci che chiunque può mettere in pratica. Ha chiamato questa sua scoperta “Tecnologia di Studio”.

Questa tecnologia insegna le basi dell’apprendimento e fornisce metodi precisi per superare tutte le insidie che si possono incontrare durante lo studio.

La tecnologia di studio non ha niente a che vedere con la cosiddetta “lettura veloce” o con altri trucchetti mnemonici [relativi alla memoria]. Tali metodi si sono dimostrati inefficaci nell’aumentare la capacità di capire l’argomento studiato o la capacità di leggere e scrivere. La Tecnologia di Studio spiega in che modo si deve studiare per capire una materia e metterla in pratica.

Intelligenza Artificiale (IA): un robot? una cosa? un bambino!

Joe Baguley, Vice President & Chief Technology Officer EMEA, VMware

L’intelligenza artificiale sta vivendo un momento di gloria. Tutti sembrano avere una vision, o una teoria, su cosa sia e quali applicazioni possa avere.
Tuttavia, scavando oltre la superficie, emerge un’immagine diversa. Secondo un sondaggio recentemente commissionato da VMware, addirittura il 45% dei consumatori pensa che l’intelligenza artificiale ​​“sia un robot”. La percezione diffusa è che l’intelligenza artificiale sia una “cosa” piuttosto che un’intelligenza incorporata in molti servizi e sistemi che già utilizziamo.
Questa confusione è comprensibile se si considera che pochi di coloro che evangelizzano sulla tecnologia la stanno adottando in applicazioni reali e di valore. Tutto questo conduce alla domanda: quando parliamo di intelligenza artificiale, cosa intendiamo? Intendiamo un sistema che è veramente intelligente e può realizzare qualsiasi cosa la sua mente artificiale decida, o ci riferiamo a una funzione molto specifica, che il sistema esegue e poi migliora? Più semplicemente, stiamo parlando dell’intelligenza artificiale generale o dell’intelligenza basata su attività?
È questa confusione che non ci permette di trovare una soluzione alle ambiguità morali legate alle macchine senza conducente o che ci induce, per citare casi estremi, a vedere nei robot alimentati dall’AI dei potenziali terminator inarrestabili. Alex Champandard, co-fondatore di creative.AI, riassume il fenomeno spiegando che il concetto di intelligenza artificiale viene utilizzato per dare nome alle diverse paure che le persone provano in relazione all’innovazione tecnologica. “Alcuni individui temono che sarà utilizzata in guerra o che ruberà loro il posto di lavoro, ma fondamentalmente stanno solo proiettando tutte le loro preoccupazioni su un concetto astratto“.
Il punto è che le persone sono preoccupate per il futuro in generale. Il mondo sta cambiando a un ritmo rapido e, comprensibilmente, tutti noi vorremmo sapere cosa ci aspetta. La colpa dell’AI risiede nel suo potenziale di rendere le paure legate alla guerra robotica e alla disoccupazione di massa, una realtà.
Le aziende dovrebbero tenerne conto per due motivi. In primo luogo, la ricerca di VMware mostra che più della metà dei consumatori si rivolge specificamente alle aziende perché li aiutino a capire cosa possano effettivamente compiere tecnologie rivoluzionarie come l’AI. In secondo luogo, le possibili applicazioni, considerando l’intelligenza artificiale basata sulle attività piuttosto che l’AI generale più ampia, sono troppo grandi perché le aziende possano permettersi di ignorarle.
L’opportunità sta nel bilanciare la ricerca di profitto con le preoccupazioni naturali che sorgono dall’utilizzo dell’AI.

Facciamo un passo indietro: la portata dei miglioramenti che la tecnologia ha permesso di realizzare, che sta creando e che continuerà a portare alle imprese in futuro è enorme. Il problema è che, con l’espansione del cloud, delle applicazioni e dell’infrastruttura, che diventano sempre più sofisticati, è richiesto qualcosa che le gestisca sempre in modo efficace ed efficiente. In altre parole, come possiamo gestire un panorama tecnologico sempre più complesso su vasta scala?
La forza lavoro umana è intelligente, ma ha dei limiti. I nostri sistemi sono diventati troppo complessi per le nostre menti, e forse alcuni dei lavori sono troppo “standardizzati”, ed è qui che entra in gioco l’AI, con il machine learning. Nel Regno Unito, ad esempio, la National Grid utilizza i droni per ispezionare le sue 7.200 miglia di linee elettriche e sta applicando il machine learning per ridurre i filmati grezzi che l’essere umano deve effettivamente visionare.

L’ottimizzazione dei processi potrebbe non sembrare entusiasmante quanto i robot alimentati dall’intelligenza artificiale o gli esploratori galattici autonomi, ma è l’inizio di un’autentica rivoluzione aziendale. Per le imprese, il processo è triplice.
In primo luogo, lo “stato attuale”. Gli individui ricevono rapporti sul funzionamento dei propri sistemi – dalle prestazioni dei diversi ambienti cloud, all’ottimizzazione del data center o persino alla qualità dei dati in un sistema CRM – e si basano su questi per prendere decisioni di business.
La seconda fase è lo “stato desiderato”. Gli individui decidono come dovrebbe apparire il sistema e implementano i macchinari necessari affinché questo si realizzi. Questo è il momento in cui il sistema viene programmato per imparare come fare qualcosa, noto anche come machine learning.
Le applicazioni che soddisfano determinati criteri vengono automaticamente riposizionate nell’ambiente più adatto a soddisfare le loro esigenze, i data center vengono implementati in base all’aumento o alla diminuzione delle richieste di risorse, i dati vengono automaticamente ripuliti non appena entrano nel CRM.
Il punto finale è lo “stato futuro”, in cui entra in gioco l’intelligenza artificiale. Basandosi sull’attività del machine learning, essa comprende come il sistema dovrebbe essere configurato per fornire i massimi risultati, potenzialmente in modi a cui gli esseri umani non hanno pensato. È nello stato futuro in cui le cose iniziano a diventare davvero interessanti: crescendo e migliorando, senza un input umano costante.
Eppure dobbiamo arrivarci. Come si è chiesta di recente la futurist e imprenditrice britannica Sophie Hackford, siamo troppo stupidi per essere in grado di programmare correttamente l’intelligenza artificiale?
Sophie si riferiva all’AI su larga scala, a un’AI generalista, e a come potremmo essere troppo in conflitto per essere in grado di risolvere alcuni dei grandi problemi che affrontiamo come una gara, come il cambiamento climatico, la gestione delle epidemie o la sicurezza alimentare. Eppure è una nozione da considerare anche a livello di business. Abbiamo le capacità per offrire un’innovazione veramente radicale, guidata dall’AI? In sostanza, siamo in grado di raggiungere quello stato futuro?
Forse. Ecco un’altra considerazione: è questa la domanda a cui dobbiamo rispondere ora?
Abbiamo già discusso della confusione sull’AI, legata al fatto che le persone sostengono possibilità teoriche, senza collegarle alla realtà. Eppure molte di queste possibilità si stanno già realizzando.
Abbiamo già raggiunto la fase due del processo.
Gmail, ad esempio, utilizza il machine learning per limitare lo spam; Uber incorpora la tecnologia per stimare l’ETA (estimated time of arrival) e i tempi di consegna dei prodotti alimentari; le chatbot in qualsiasi forma di supporto online sono alimentati dall’AI; e questi sono solo alcuni esempi in cui i consumatori potrebbero interagire con l’intelligenza artificiale. Nei data center, Google è stata in grado di utilizzare l’intelligenza artificiale per ridurre le bollette energetiche del 40%. La Bank of America utilizza l’AI nella propria assistente virtuale intelligente chiamata Erica, progettata per eseguire transazioni quotidiane per i clienti e per anticipare le esigenze finanziarie individuali fornendo raccomandazioni intelligenti.
In tutti questi casi, l’intelligenza artificiale è stata sviluppata per soddisfare una serie specifica di criteri, ed è per questo che le implementazioni hanno avuto successo. Come quando si insegna a un bambino a distinguere giusto e sbagliato, l’AI ha bisogno di parametri che devono essere programmati dagli umani.

L’altra questione da considerare è che l’intelligenza artificiale è in definitiva uno strumento di business, non una strategia. L’attenzione deve essere concentrata su quale sia il problema aziendale sottostante, e quindi, se appropriato, capire come integrare l’intelligenza artificiale, proprio come qualsiasi altra tecnologia aziendale, che si tratti di cloud, blockchain, virtualizzazione o lavoro mobile.
Speedy Hire, una società di noleggio di utensili nel Regno Unito, ha recentemente annunciato un miglioramento dei propri risultati finanziari legato a una rinnovata attenzione per le piccole e medie imprese, promettendo consegne per il giorno successivo su prodotti selezionati e consegne in quattro ore all’interno di una determinata area geografica. Ha potuto farlo solo conoscendo i desideri dei clienti e avendo il giusto stock nel giusto deposito e questo è stato possibile grazie all’implementazione di dati, intelligenza artificiale e machine learning, che ha consentito di indirizzare le proprie risorse laddove erano necessarie, insieme alle offerte di marketing per i nuovi clienti.
La strategia consisteva nel rivolgersi alle PMI con servizi che potessero attrarre i clienti, come la consegna più rapida. L’AI è stata semplicemente uno degli strumenti ad aiutare l’azienda a sviluppare le soluzioni per essere in grado di offrire quei servizi. Questo non vuol dire che non fosse importante: senza di essa, essere in grado di capire cosa volessero i clienti e quando, sarebbe stato molto più difficile. Eppure non rappresentava la strategia in sé.

La conversazione sull’intelligenza artificiale deve cambiare, allontanandosi dai concetti oltre la nostra comprensione e iniziando a radicarsi in azioni che possano avere un impatto tangibile. L’AI ha un potenziale reale per aumentare gli affari, se gestita correttamente. In definitiva, è sì importante essere consapevoli delle paure sull’intelligenza artificiale e da dove provengono, ma osservare gli estremi non è di aiuto, sia che si tratti del concetto positivo di un’AI serva di tutti, sia di quello negativo in cui sarà lei a renderci schiavi. Proprio come gli umani, l’intelligenza artificiale ha dei limiti, ed è qui che entriamo in gioco noi. L’intelligenza artificiale è come un bambino, ha bisogno di linee guida; il nostro ruolo è quello di capire cosa vogliono ottenere le aziende e come l’AI possa essere d’aiuto. Senza queste linee guida, l’intelligenza artificiale è solo un’altra tecnologia che rischia di perdersi nel suo stesso clamore. Con le giuste indicazioni, tuttavia, può essere un nuovo potente elemento per sostenere il successo aziendale.

Tencent limita l’utilizzo temporale di videogiochi

Tencent, il maggiore distributore cinese di videogame, ha da poco adottato una tecnologia di riconoscimento facciale per limitare il tempo passato trascorso su videogiochi su smartphone e nello specifico con Honour of Kings da noi conosciuto come Arena of Valor.
Il giocatore deve caricare la sua carta di identità che verrà confrontata con database governativi. Tramite il riconoscimento facciale  i giocatori che hanno meno di 18 anni potranno giocare per non più di due ore al giorno, mentre quanti ne hanno meno di 12 anni una.

Verrà bloccato inoltre l’accesso all’app fra le 9 di sera e le 8 del mattino.

Arte gastronomica strumento per migliorare il mondo

Insegnamo l’arte gastronomica strumento per migliorare il mondo.
Crediamo che per imparare a cucinare bisogna prima di tutto imparare a pensare perché ogni piatto è intuito, coraggio, ambizione, è audacia, gioia, memoria e fame di futuro.
E’ una stato d’animo che si realizza.
Imparerete che una tagliata perfetta può rendere affilato un ragionamento.
Un grande riso può far tornare il buon umore.
E il cuoco di una scuola può cambiare il futuro del paese.
Quello di un ospedale può guarire l’umore.
Che un ingrediente povero può far sentire ricco chi lo mangia.
E che una semplice margherita può essere la più nobile delle ordinazioni.
Imparerete che con una penna e un filo d’olio si può scrivere una storia.
Che un piatto intelligente può alzare il QI di chi lo mangia.
Che l’acqua pazza è un modo saggio di valorizzare un sapore.
Che la temperatura di un piatto può alzare quella di una storia.
Che una spezia esotica può allargare i confini di una creazione.
Che i valori nutrizionali sono valori in cui credere al pari di giustizia, uguaglianza e libertà.
Imparerete a cucinare per rendere il mondo un luogo più creativo, più visionario, più sorprendente, più felice e che l’importante è iniziare il viaggio.
IN CIBUM dove tutto ha inizio.

Java per la Campania

Finanziato dal Fondo Sociale Europeo e indirizzato a disoccupati e inoccupati tra i 18 e i 35 anni, Java per la Campania è un’iniziativa che la Regione Campania, Assessorato alla formazione, ha lanciato lo scorso anno per aumentare l’occupazione dei giovani in un contesto, non solo regionale, dove le figure di programmatore e sviluppatore Java sono sempre più richieste.

I corsi sono stati gestiti da Oracle University, la divisione di formazione di Oracle, rendendo così il progetto – concepito in seguito a un’accurata analisi delle esigenze del mercato del lavoro – la più importante iniziativa formativa di Oracle realizzata in collaborazione con una Regione con l’obiettivo di incrementare l’occupazione.

Al termine del percorso, iniziato il 2 luglio, saranno 800 le giornate di formazione erogate in meno di 5 mesi: un imponente piano di training che ha curato tematiche complesse come Java Standard Edition, Java Enterprise Edition, Javascript, SOA e Weblogic Server.

Il progetto “Java per la Campania” è stato accolto con entusiasmo da oltre 1000 giovani che si sono iscritti alle due selezioni in programma. Gli oltre 200 studenti selezionati hanno partecipato a sessioni di formazione realizzate in varie zone del territorio campano per poter facilitare la frequenza; a Napoli, Caserta, Salerno, Acerra, Avellino e Torre del Greco sono state organizzate, grazie alla disponibilità di Università, Amministrazioni locali e Fondazioni private, classi attrezzate per poter svolgere con regolarità e efficacia i corsi.

Gli studenti hanno acquisito i principali skills della programmazione Java, rispondendo con attenzione e curiosità agli stimoli dei docenti ufficiali della Oracle University che li hanno sottoposti all’apprendimento di concetti sempre più complessi, prove, simulazioni e esercizi pratici progressivamente più complicati.

I corsi hanno infatti come obiettivo non solo la creazione di competenze di primo livello nel mondo dell’Information Technology ma anche la possibilità di poter affrontare il complesso esame “Oracle Certified Associate, Java Programmer I”. I primi ragazzi stanno ora affrontando l’esame nei centri Pearson Vue, enti “neutrali” accreditati per l’erogazione delle certificazioni dei vendor IT.

I migliori 100 studenti che otterranno la certificazione entreranno in una specifica graduatoria della Regione Campania e verranno abilitati a ottenere una borsa lavoro per l’assunzione (i primi 50) o un tirocinio (i secondi 50), primo passo per dialogare con le aziende del territorio e avviare un percorso di carriera.

Formazione di Operatori Macchine a CNC: a Bologna la presentazione

A Bologna è stato presentato il progetto di Manpower Academy per la formazione di Operatori Macchine a CNC. Sono corsi di 250 ore e 15 partecipanti, rivolti a giovani diplomati/qualificati in materie tecniche.
Durante il periodo di formazione le aziende del territorio hanno la possibilità di presentare agli studenti la propria realtà e di realizzare colloqui conoscitivi one to one. Dopo lo straordinario successo della prima edizione del corso che si è concluso ad agosto e che ha realizzato un placement importante, che ha sfiorato il 90%, ManpowerGroup e GCode hanno programmato la realizzazione di un minimo di altri 6 corsi per il 2019.
“Crediamo nelle Persone, ci impegniamo a dare loro la possibilità di migliorare le proprie capacità e le incoraggiamo a sviluppare il loro massimo potenziale”, afferma Anna Gionfriddo, Branch Network Operation Director di ManpowerGroup Italia. “Molte richieste di profili del “saper fare” nel made in Italy rappresentano una grande opportunità -soprattutto per i giovani- e allo stesso tempo sono per noi una sfida. È necessario investire sulla specializzazione e la formazione in partnership con le aziende e lavorare in stretta sinergia con il territorio mettendo a fattor comune le competenze e le esperienze di tutti gli attori coinvolti. I distretti italiani rappresentano una “geografia dell’industria” che è stata e deve essere tuttora anche una “geografia del lavoro”, aree estremamente specializzate che -con opportuni progetti- portano grande sviluppo e crescita dell’occupazione”.

Il miglior fresatore d’Italia verrà nominato a Piacenza durante il Campionato Fresatori 2018

Mercoledì 5 dicembre il CNC Contest – Campionato Fresatori Randstad 2018, la manifestazione che nell’ultimo mese ha attraversato l’Italia alla ricerca dei migliori fresatori del Paese, giunge al suo ultimo atto. Presso il Centro Tecnologico Applicativo (TAC) Siemens di Piacenza, in Via Lorenzo Beretti Landi 13, si terrà la finale del campionato, che metterà a confronto i 15 migliori fresatori di ogni territorio, selezionati nel corso delle precedenti tappe, in una prova di programmazione di una macchina a controllo numerico. Il risultato della finale eleggerà il campione nazionale 2018.

Il CNC Contest – Campionato Fresatori Randstad 2018 è un’iniziativa promossa da Randstad Technical, la specialty dedicata alla ricerca, selezione e gestione delle risorse qualificate in ambito metalmeccanico, metallurgico ed elettrotecnico, in collaborazione con Siemens, Cnos-Fap, e con il patrocinio di Ucimu, l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione. Un tour in 15 tappe con partenza a Bra (CN) e conclusione ad Arese (MI), passando per Casale Monferrato (AL), Abbiategrasso (MI), Perugia, Roseto degli Abruzzi (TE), Forlì, Montichiari (BS), Trento, Vicenza, Pavia, Modena, Casalecchio di Reno (BO), Firenze e Cremona, che dal 16 ottobre al 26 novembre ha girato l’Italia alla ricerca dei campioni di fresatura di ogni territorio. Il CNC Contest Randstad nasce con l’obiettivo di accendere i riflettori su una figura professionale molto richiesta dalle imprese ma altrettanto difficile da reperire sul mercato con adeguate qualifiche ed esperienza, mettendo in contatto domanda e offerta di lavoro tra operai specializzati ed aziende alla ricerca di personale.

Nella finale di Piacenza, i campioni di ognuna delle 15 tappe precedenti si sfideranno in un esercizio di programmazione ISO di una vera macchina fresatrice a controllo numerico, utilizzando Sinutrain – il software di programmazione di Siemens in grado di simulare esattamente il controllo numerico Sinumerik – a disposizione nelle aule di training del TAC. I partecipanti, selezionati da Randstad Technical fra neodiplomati e giovani in cerca di un impiego, hanno beneficiato di un corso teorico/pratico di 160 ore sulla programmazione di macchine utensili. “Ad un Contest così altamente competitivo, Siemens ha risposto non solo con un training per i formatori incaricati del trasferimento tecnologico ai ragazzi che hanno partecipato, ma anche con un software di programmazione come Sinutrain che crea il digital twin del reale CNC, con macchine fresatrici a controllo numerico altamente performanti, ma soprattutto con un Centro Tecnologico Applicativo (TAC) dove coniugare didattica e pratica e dove operare come in una vera smart factory”, afferma Nicodemo Megna, Responsabile del TAC di Piacenza di Siemens Italia.

Gli autori dei tre esercizi migliori, selezionati da una giuria tecnica, saranno i protagonisti dell’ultima spettacolare prova del campionato. Abbandonati i simulatori, i tre giovani programmatori dovranno dimostrare la loro abilità cimentandosi nella realizzazione di un autentico pezzo di fresatura con una vera macchina a controllo numerico.

La finale metterà in luce sia le competenze di meccanica necessarie all’analisi della lavorazione sia quelle tecnico-informatiche utili all’inserimento dei corretti comandi di programmazione. I tre fresatori sul podio beneficeranno di un corso di formazione sulla programmazione di macchine a controllo numerico presso il TAC Siemens di Piacenza.

“Il fresatore è un profilo spesso sottovalutato dai giovani, ma che invece può offrire grandi soddisfazioni professionali ed economiche, a patto di possedere il giusto mix di competenze tecniche ed esperienza – spiega Andrea Milan, Project Manager di Randstad Technical. Il CNC Contest è una grande opportunità per questi ragazzi di acquisire queste competenze ed entrare in un settore professionale dove non mancano le offerte di lavoro. Ma è anche un modo per aiutare le imprese a trovare profili adeguati alle loro necessità e una scommessa sul talento dei candidati, che devono dimostrare di poter mettere a frutto le proprie capacità non solo in aula ma anche in azienda. La finale di Piacenza dirà chi di loro è il migliore”.

8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori troppo permissivi

I bambini cominciano sempre prima a cimentarsi con i dispositivi digitali. Secondo una ricerca curata nel 2018 dal Centro per la Salute del Bambino onlus e dall’Associazione Culturale Pediatri in Italia, 8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono troppo spesso permissivi: il 30% dei genitori usa lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, il 70% al secondo anno. Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, anzi alcune applicazioni hanno mostrato di avere un impatto positivo sull’apprendimento in età prescolare, purché usate insieme ai genitori. Piuttosto un monito che sottolinea l’importanza di iniziare sin da subito ad educare i bambini ad un corretto utilizzo degli strumenti digitali. Ecco la ragione che ha spinto l’Associazione Parole O_Stili ad aprirsi anche al mondo dei piccolissimi con la pubblicazione di “Parole appuntite, parole piumate”, il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni che verrà presentato in anteprima a Bari (Fiera del Levante) venerdì 30 novembre durante l’evento “Parole a Scuola”, la giornata di formazione gratuita sul tema delle competenze digitali e dell’ostilità nei linguaggi organizzata dall’Associazione Parole O_Stili, Università Cattolica, Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con MIUR e Corecom Puglia.

Il Manifesto, che avrà la forma di un libretto, è scritto da Anna Sarfatti illustrato da Nicoletta Costa, ideatrice di Giulio Coniglio ed edito da Franco Cosimo Panini Editore.

“Parole appuntite, parole piumate” sarà uno strumento per genitori ed educatori utile per cominciare da subito a spiegare ai bambini il corretto utilizzo degli strumenti digitali, proprio durante gli anni in cui iniziano i primi approcci ai dispositivi mobili.

10 semplici concetti che i genitori e gli educatori possono spiegare anche ai più piccini. “Parole appuntite, parole piumate” nasce quindi per diventare uno strumento utile all’approccio guidato verso tematiche legate alla presenza nel web affrontando l’argomento in modo ragionato, con un codice linguistico e interpretativo adatto ai più piccini.

Ecco i 10 concetti che compongono il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni:

1. Virtuale è reale
La rete non è un gioco. È un posto diverso, ma è tutto vero. E anche in rete ci sono i buoni e i cattivi: bisogna stare attenti!

2. Si è ciò che si comunica
In rete bisogna essere gentili. Dietro le foto ci sono persone come noi. Se dici cose cattive, saranno tristi. O penseranno che sei cattivo.

3. Le parole danno forma al pensiero
Prima di parlare bisogna pensarci: puoi contare fino a 10! Così riesci a trovare proprio le parole giuste per dire quello che vuoi.

4. Prima di parlare bisogna ascoltare
Nessuno ha ragione tutte le volte. Imparare ad ascoltare è molto bello, perché si capiscono i pensieri degli altri e si diventa amici.

5. Le parole sono un ponte
Ci sono delle parole che fanno ridere e stare bene, come una coccola o un abbraccio. E abbracciarsi con le parole è bellissimo!

6. Le parole hanno conseguenze
Le parole cattive graffiano e fanno male. Se tu fai male a qualcuno con le parole, poi non è più tuo amico. Tante parole belle, tanti amici!

7. Condividere è una responsabilità
La rete è come un bosco: meglio farsi accompagnare da un grande. E non dire mai a nessuno il tuo nome, quanti anni hai, dove abiti.

8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare
Qualche volta non si va d’accordo: è normale. Ma non è normale dire parole cattive a un amico se lui non la pensa come te.

9. Gli insulti non sono argomenti
Offendere non è divertente. Gli altri diventano tristi e arrabbiati. Adesso sei grande e sai parlare: non hai più bisogno di urlare.

10. Anche il silenzio comunica
Qualche volta è bello stare zitti. Quando non sai cosa dire, non dire niente! Troverai il momento giusto per dire la cosa giusta.