Scuole FAES Milano: da alcuni anni il creative coding e la robotica sono materia di studio dalla seconda Elementare (Primaria)

Appena il 5% dei laureati che escono dalle università italiane hanno competenze digitali e imprenditoriali concrete che li rendono pronti al futuro, e 3 responsabili delle risorse umane su 4 ammettono di non riuscire a trovare risorse adeguatamente formate dal punto di vista tecnologico. Ad affermarlo è una ricerca resa nota in dicembre da University2Business, società del Gruppo Digital360: una fetta ancora troppo grande dei giovani italiani è inconsapevole di quanto il digitale stia trasformando la cultura aziendale, i processi e i modelli di business, un gap che il sistema scolastico non sta affatto colmando.

Ma c’è chi va in controtendenza: alle Scuole FAES di Milano da alcuni anni il creative coding e la robotica sono materia di studio curricolare fin dalla seconda classe Elementare, o Primaria che dir si voglia. Il FAES è un’associazione nata nel 1974 per promuovere la collaborazione educativa tra scuola e famiglia che a Milano gestisce scuole paritarie dall’asilo nido ai licei (classico, scientifico e delle scienze umane), tutte rigorosamente bilingui italiano-inglese e incentrare su uno specifico modello didattico che vede, tra l’altro, la centralità delle soft skills – cioè le abilità trasversali, umane, relazionali e sociali, tanto ricercate dalle aziende – considerate al pari di qualsiasi altra materia di studio. All’interno delle soft skills rivestono un ruolo prioritario proprio il creative coding e la robotica, che solo alle Scuole FAES di Milano – che oggi contano circa 1000 studenti, con un trend di crescita del 37% – si apprendono a partire dai 7 anni.

Ma in cosa consiste esattamente il coding? “Non certo a fare uscire dalle nostre scuole dei programmatori – spiega Sam Guinea, collaboratore del FAES responsabile del progetto -. Noi intendiamo potenziare già nei bambini il pensiero computazionale facendo riferimento al linguaggio informatico (con coding si intendono le istruzioni operative che si danno a un pc, o a un robot), ma ciò è importante indipendentemente dalla carriera professionale che si sceglierà un giorno, perché ha a che vedere in generale con il problem solving. In estrema sintesi, un problema complesso va analizzato in maniera critica e scomposto in problemi più piccoli in modo da individuare cosa sia fondamentale e cosa no, e quali di questi sotto-problemi siano già stati in qualche modo risolti, da noi o da altri, in modo da adattare e riutilizzare la soluzione. Esponendo i ragazzi al creative coding si insegna loro il valore della sperimentazione e del “fallimento”, che è parte integrante e naturale del processo, e a non arrendersi se all’inizio la soluzione proposta non funziona. Un secondo obiettivo non meno importante è rendere i ragazzi consapevoli della crescente pervasività dell’informatica nella società, in modo che sappiano leggere e capire il mondo che li circonda”.

Tutto questo in un contesto ludico: dalla seconda classe della scuola primaria vengono svolti laboratori settimanali di un’ora utilizzando il programma Scratch, che nasce con l’intento di aiutare i bambini a imparare a programmare attraverso il gioco e la creatività; si tratta di un linguaggio grafico semplice con cui realizzare storie animate, piccoli giochi, progetti di scienze, tutorial di trigonometria, biglietti di auguri animati. I piccoli imparano a risolvere i problemi attraverso la creazione di semplici algoritmi, ovvero attraverso la combinazione di un numero determinato e finito di passi elementari. Questo aiuta a sviluppare in loro un processo di “progettazione”, sperimentando, “leggendo” soluzioni pre-esistenti e a riadattandole al proprio problema, trovando gli errori quando le cose non vanno, in genere ragionando.

Nelle classi 4 e 5 i bambini vengono sollecitati a raccontare storie all’interno di videogiochi, inventandone i personaggi e facendoli muovere, parlare, interagire. Le ore sono condivise con la docente di arte, che seleziona materiale visivo idoneo a supportare le storie e lo digitalizza.

Nelle classi della Secondaria di primo grado, invece, le lezioni di coding vedono l’affiancamento del docente di educazione tecnica: attraverso linguaggi adatti a sviluppatori alle prime armi, come Scratch prima e Python poi, gli studenti arrivano a progettare e a realizzare interamente semplici videogiochi, affrontando logiche algoritmiche più complicate rispetto a quelle viste negli anni precedenti, e si confrontano con la robotica e la sensoristica.

Questo approccio, ovviamente reso maggiormente complesso e adeguato mano a mano che si cresce con l’età, viene poi proposto anche agli studenti dei Licei Faes, per i quali è stata inserita una specifica materia denominata “Digital”. I corsi di potenziamento digitale si concentrano sull’insegnamento delle proprietà fondamentali dall’algoritmica e consistono in un mix di lezioni tradizionali e di didattica progettuale da svolgere in laboratorio: gli studenti dovranno infatti essere in grado di realizzare semplici progetti di artigianato digitale che coinvolgano elementi di informatica, di robotica e di circuiti elettrici.

Sono due i corsi di potenziamento digitale previsti. Uno riguarda i Raspberry Pi, veri personal computer dalle dimensioni leggermente più grandi di una carta di credito che sono sempre più utilizzati nella realizzazione di progetti di Internet of Things: gli studenti dovranno imparare alcuni semplici elementi di circuiti elettrici per poter includere nei loro progetti dei sensori (ad esempio di luminosità, di temperatura, di prossimità) e degli attuatori (ad esempio motori, strisce led). L’altro invece si concentra sullo sviluppo di progetti di robotica, di cui vengono esplorati alcuni degli algoritmi tradizionali: i robot sono realizzati programmando i LEGO Mindstorm attraverso l’uso di Python e resi in grado di affrontare alcune “sfide”, come uscire in maniera autonoma da un qualsiasi labirinto o realizzare semplici bigliettini su carta in base a un insieme di istruzioni forniti dall’utente.

Un esperto di storia della tecnologia deve essere uno storico?

In ogni settore conoscere il passato ci permette di capire il presente ed intravvedere il futuro.
Ma un esperto di storia della tecnologia, di storia dell’informatica, di storia della matematica, della fisica, della chimica, ma anche della politica o della letteratura, … deve essere uno storico?

Forse non deve essere nemmeno un super tecnico settoriale. Probabilmente è una figura intermedia.

Formazione per aiutare a conoscere meglio la lingua e la cultura italiana

Attraverso la formazione è possibile inserire nel modo migliore migranti e stranieri, rendendoli effettivamente produttivi, aiutandoli concretamente in una integrazione effettiva.

In Italia solo il 4,3% degli migranti ha frequentato un corso di formazione, a fronte di una media europea del 13% (dati Eurostat).

Su un panel di 500 imprenditori, sindacalisti ed esperti di formazione organizzato da Osservatorio ExpoTraining (rivelazione metodo CAWI luglio 2018 a risposta multipla), l’85% degli imprenditori ritiene che la formazione sia lo strumenti più importante per l’integrazione ed il 76% si dice disponibile ad assumere dopo un corso di formazione specifico. Le idee sono anche chiare: il 53% ritiene che la formazione, oltre che per le finalità dell’impiego, debba aiutare nel conoscere meglio la lingua e la cultura italiana.

Competenze STEM: il mondo del lavoro italiano le cerca

Scuole e università al via. Ma su cosa puntare? Dove stanno davvero le opportunità per i giovani? Tecnologia, ingegneria e analisi dei dati sono gli ambiti con le maggiori opportunità professionali secondo Indeed, sito numero 1 al mondo e in Italia per chi cerca e offre lavoro.

INGEGNERIA E IT: PIÙ ANNUNCI CHE CANDIDATI
Indeed ha preso in esame gli annunci postati e le ricerche effettuate sul dominio italiano del portale negli ultimi 12 mesi, andando a individuare il “talent mismatch”, ovvero la discrepanza tra domanda e offerta. L’analisi evidenzia come nel nostro Paese esista un surplus di domanda da parte dei datori di lavoro per quanto riguarda le professioni a più alto contenuto tecnologico e di analisi dei dati. Ovvero, ci sono più posizioni aperte che persone in cerca di lavoro; soprattutto per le ricerche nell’ambito dell’ingegneria e in generale dell’IT.

Classifica  

Categoria*  

Talent mismatch** 

1  

Tech software  

4,1 

2  

Ingegneria Elettrica 

3  

Ingegneria Meccanica  

2,9 

4  

IT  

2,8 

5  

Project Management  

2,2 

6  

Supporto Tecnico  

2,2 

7  

Finanza  

1,5 

8  

Contabilità  

1,5 

9  

Matematica – Analisi dei dati  

1,4 

10  

Ingegneria Industriale  

1,4 

“Gli sviluppi tecnologici e la crescente digitalizzazione stanno cambiando radicalmente la vita di tutti i giorni e il modo di lavorare. Non importa in quale settore operino, è un fenomeno che riguarda tutte le imprese. Va da sé che le ricerche di personale con una preparazione in campo scientifico tecnologico e di analisi dei dati siano in crescita. Le aziende hanno sviluppato la consapevolezza che la mancanza di personale con una adeguata formazione tecnica può ostacolare la produttività e la crescita.
I nostri dati rivelano che la domanda da parte del mondo del lavoro supera il numero dei candidati con una formazione in linea con le richieste. Ciò significa che chi ha una formazione in materie afferenti all’area STEM è avvantaggiato e può scegliere tra un più ampio ventaglio di possibilità lavorative” spiega Dario D’Odorico, Country Manager di Indeed in Italia.

Il 30% circa degli annunci di ricerca di programmatori software e di personale IT rimane scoperto per 60 giorni o più. Un dato simile si registra per gli annunci di ricerca di ingegneri elettrici e meccanici, mentre le percentuali salgono a oltre il 35% per gli annunci di ricerca di professionisti nel campo dell’analisi dei dati e della matematica, a indicare una mancanza di risorse adatte per ricoprire queste posizioni.

Categoria* 

% Hard to fill*** 

Tech software  

31 

Ingegneria Elettrica  

32 

Ingegneria meccanica  

32 

IT  

31 

Project Management  

35 

Supporto tecnico  

30 

Finanza  

37 

Contabilità  

33 

Matematica – Analisi dei dati  

36 

Ingegneria industriale  

32 

PUGLIA ED EMILIA ROMAGNA: MANCANO “MATEMATICI”. IN TOSCANA, I PROFESSIONISTI IT
La carenza di “matematici” risulta più significativa rispetto alla media soprattutto in Puglia (44% ricerche scoperte per 60 gg. o più) e Emilia Romagna (43%). La Toscana, invece, spicca in quanto a mancanza di specialisti IT (48%). La ricerca più difficile in Lombardia? Quella dei professionisti dello sport. Il 50% degli annunci di ricerca rimane scoperto per almeno due mesi. Anche se non va tanto meglio a chi cerca analisti (49%), matematici (35%) o esperti del medtech (31%).

Note metodologiche

* Nell’ambito delle categorie sopra citate vengono ricompresi, ma non si limitano a, gli annunci relativi ai ruoli citati di seguito. Tech software: sviluppatori, programmatori informatici ecc.; ingegneria Elettrica: progettista elettrico, impiantista, manutentore ecc.; ingegneria meccanica: ingegnere, disegnatore, tecnico automazione industriale; Tech Info: IT analyst, user experience designer ecc.; Project Management: progettista elettronico, progettista meccanico ecc.; Supporto tecnico: Help desk, network engineer, sistemista ecc.; Finanza: Finance manager, analisti del credito, promotori ecc.; Contabilità: controller, contabile, addetto contributi ecc.; Matematica – Analisi dei dati: Data scientist, senior analyst, tecnico elaborazione dati ecc.; Ingegneria industriale: Responsabile controllo qualità, ingegnere gestionale ecc.

** Talent mismatch = Il talent mismatch è la risultante della relazione tra il numero di posizioni aperte e numero di clic ricevuti da parte degli utenti. I numeri inferiori a 1 indicano un mercato del lavoro dove ci sono più persone che cercano lavoro rispetto ai posti di lavoro disponibili. Un mercato del lavoro, dunque, non favorevole per chi cerca. Un valore pari a 1 è indicativo di una situazione di equilibrio tra offerta e domanda: rappresenta la situazione ideale. I valori superiori a 1 indicano che l’offerta è superiore alla domanda. Ci sono più posizioni aperte rispetto alle persone in cerca di lavoro. La situazione è favorevole per chi cerca lavoro ma è sintomatica di una mancanza di competenze.

*** Hard to fill = annunci di lavoro che rimangono sul sito per 60 giorni o più senza essere coperti.

Da navigatori a protagonisti: ognuno di noi può diventare un media

Vi ricordate internet degli albori?
Se eri bravo sapevi navigarla o all’inglese facevi surf the net.
In ogni caso rimanevi in superficie, la consultavi.
Poi si è passati da consultatori a costruttori. I blog permisero di creare un sito in modo semplice, di trasformarsi in gestore di contenuti, in editore.
Ma i blog per la maggior parte delle persone rimanevano complessi, non erano fatti per essere gestiti ovunque grazie agli smartphone, era non semplice gestire contributi di terzi, ma soprattutto era complesso trasformare i lettori da passivi in attivi permettendo i commenti e la loro gestione.
Sono arrivati i social, è arrivato facebook, dove tutti sono iscrittitutti scrivonotutti leggonotutti possono semplicemente commentare.
Ognuno di noi con una page può semplicemente diventare un media, un editore, può fare in modo che altri pubblichino, può fare in modo che direttamente o altri possano gestire i commenti, si possono semplicemente pubblicare testi, immagini, gallery, video, … e questo può essere fatto anche a livello aziendale.

Il problema oggi è diverso e molto più complesso:
non richiede più una conoscenza tecnica superiore (anche se agevola) ma richiede:

  • qualità di contenutirelativamente al target
  • la capacità di gestire le risorse e i loro contributi
  • tempo (tanto) o soldi (tanti)

Tutto ciò è importantissimo ma bisogna essere in grado di attirare l’attenzionefar emergere.

Ovvero, in un mondo in cui tutto è in rete, creare una micro comunità che fidelizzata consulta e partecipa attivamente ai nostri messaggi è quasi impossibile senza le giuste strategie di comunicazione internet e a volte tradizionali.

20 anni fa bisognava insegnare a navigare
15 anni fa bisognava insegnare a fare un blog
10 anni fa bisognava insegnare a gestire uno user facebook
5 anni fa bisognava insegnare a gestire una page
nel frattempo bisognava capire come mettere far emergere quanto fatto.

EPALE ha pubblicato il post!

Olimpiadi italiane di informatica 2018: Federico Stazi dell’Istituto Copernico di Udine primo assoluto

Federico Stazi: campione olimpiadi italiane di informatica, Campobasso 2018
Federico Stazi: campione olimpiadi italiane di informatica, Campobasso 2018

Si è conclusa sabato 15 settembre con grande successo a livello di performance e di partecipazione, l’edizione 2018 delle Olimpiadi Italiane di Informatica, organizzata da MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e da AICA – Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico – per il tramite del Comitato Olimpico, la cui finale si è svolta presso l’ITST Marconi di Campobasso.
Dei 90 studenti della scuola secondaria di secondo grado provenienti da tutta Italia ben 35 sono saliti sul podio guadagnando 20 medaglie di bronzo, 10 d’argento e 5 d’oro; di quest’ultima categoria Federico Stazi dell’Istituto Copernico di Udine, è risultato primo assoluto. Una particolare menzione va alla Regione Lombardia con il più alto numero di partecipanti e agli Istituti Fermi di Mantova e Galilei di Trento per il maggior numero di studenti arrivati in finale; risultati che restituiscono con orgoglio l’immagine di una scuola italiana sempre più fertile di giovani eccellenze nelle materie tecnico-informatiche.

L’innovazione digitale in aziende italiane: intervista ai responsabili digitali

Come possono aziende e istituzioni sopravvivere in un mondo che si trasforma continuamente per effetto di un modello di economia digitale estremamente complesso e imprevedibile?

Il 70% del campione intervistato da IDC percepisce il business della propria azienda esposto alla disruption. In pratica, buona parte delle realtà del nostro Paese si sente a rischio.
Come intendono reagire i manager italiani a questa sfida? Introducendo scenari di trasformazione del modello di business a diverse velocità: chi puntando a iniziative disruptive a forte impatto (10%), chi preferendo strategie più graduali di innovazione (42%). La maggior parte (60%) andrà a innovare prodotti e servizi, un quarto (26%) il modello aziendale od organizzativo.
Nuove capacità e velocità sono poi oggi richieste alle aziende e alle istituzioni per misurarsi con il consumatore digitale e dare nuovo valore alla relazione con clienti, utenti e cittadini. Il 48% dei digital leader italiani, infatti, non ritiene che il ritmo con cui si innova sia adeguato ai cambiamenti del mercato. Per cambiare marcia, questi manager segnalano la valenza del paradigma data-centrico (il 30% svilupperà prodotti e servizi più adeguati alle esigenze dei clienti/utenti valorizzando i dati in modo sistematico), prevedono più investimenti in tecnologie innovative quali IoT, Intelligenza Artificiale/Machine Learning, Robotica… (37%) e soprattutto attribuiscono grande importanza a competenze, attitudini e talenti nell’ambito dell’innovazione. Spicca, in questa direzione, il valore dato a modelli partecipativi delle persone ai processi di innovazione: il 67% dei digital leader ritiene infatti strategico coinvolgere dipendenti e collaboratori come parte attiva nell’innovazione aziendale.
Infine, nelle imprese italiane c’è sempre più bisogno di attrezzarsi con contributi multipli e team estesi che abilitino un cambiamento sostenibile dei processi, dell’innovazione tecnologica e delle relazioni con l’ecosistema esterno – partner, università, startup… – per accelerare nuove forme di business.
La creatività italiana emerge come grande valore aggiunto, la poca propensione al rischio e l’incapacità di accettare i fallimenti, retaggi tipici della cultura aziendale italiana, restano come fattori a freno. Ma tutti i digital leader sono concordi che solo l’innovazione tecnologica potrà traghettare in modo competitivo le nostre imprese nel prossimo futuro.

Formazione: come riconoscere i clienti?

Nella formazione non sempre è semplice riconoscere il cliente e di conseguenza chi mettere al primo posto.
Vi faccio il mio esempio, probabilmente il più complesso, quello di un libero professionista.
Se faccio un corso a dei parrucchieri è semplice: i parrucchieri mi pagano, loro sono i clienti del corso.
Se faccio un corso aziendale a dei dipendenti, l’azienda mi paga ed è il mio cliente, i dipendenti sono i fruitori del corso.
Se però tramite un’azienda di formazione, faccio un corso aziendale ai loro dipendenti, l’azienda di formazione mi paga ed è il mio cliente, i dipendenti sono i fruitori del corso e la loro azienda è il committente.
Inoltre io dovrò rispondere del mio operato in prima battuta al referente/responsabile/dirigente dell’azienda di formazione.
Problema: come dovrò impostare il corso?
Dovrò soddisfare soprattutto le direttive del mio referente/responsabile/dirigente visto che a lui rispondo?
Dovrò soddisfare soprattutto le volontà dell’azienda di formazione che in effetti è chi mi paga, il mio cliente?
Dovrò soddisfare soprattutto le richieste dell’azienda referente che altrimenti potrebbero valutare negativamente il mio operato?
Dovrò soddisfare soprattutto i fruitori che altrimenti potrebbero valutare negativamente il mio operato?

Facciamo un ulteriore esempio: corso di Word.
Il mio referente mi dice devi fare tantissimi esercizi
Il mio ente mi dice, dobbiamo dimostrare all’azienda, è il nostro migliore cliente, che i dipendenti hanno imparato benissimo lo strumento e possono usarlo in autonomia.
L’azienda referente mi dice: abbiamo deciso di partire con Word ma in effetti a noi serviva imparassero Excel.
Se dovessi venire incontro ai fruitori gli dovrei spiegare gli stessi strumenti in ottica cloud perché da qui a pochi anni così dovranno lavorare.

Chi è il CLIENTE?

p.s. pensate che la domanda nella scuola debba essere posta in modo diverso?

Programmare capendo è sempre più complesso: è ancora necessario l’uomo?

Sono stato programmatore ed oggi faccio fatica, molta fatica anche a capire cose semplici, a stare al passo con i tempi.
Innanzi tutto, visto che i linguaggi di programmazione sono come le lingue, per saperli utilizzare al meglio non si possono sapere tutti ma bisogna fare una scelta e fare scelte preclude.
In questo momento se si opera su internet bisogna sapere il php, se si opera in azienda java ma a basso livello il c o il c++ ma in alcuni settori anche il cobol. Se poi si opera in nicchie …
Inoltre bisogna conoscere i sistemi operativi, le librerie, i framework, …
E se in tale contesto, in tale evoluzione, l’intelligenza umana fosse troppo lenta, un peso allo sviluppo?

Come fare? Utilizzare l’AI!
zeusnews.it così descrive come facebook inizia ad utilizzare l’AI per correggere i bug:
SapFix, uno strumento di debug che è in grado di analizzare il codice problematico, elaborare una soluzione e proporla ai programmatori.
Già adoperato dal social network per produrre codice «stabile e robusto», SapFix lavora bene insieme Sapienz, il software di test che mette alla prova il nuovo codice.
Quando Sapienz incontra un bug, determina quale parte del codice sia responsabile del malfunzionamento e la passa a SapFix. Questi l’analizza e genera una patch, che poi viene sottoposta allo staff umano per l’approvazione finale.

Promuovere l’innovazione tecnologica nella didattica scolastica: Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo e FME Education

Come auspicato dal Consiglio dell’Unione Europea, alfabetizzazione informatica, digitale e mediatica, creazione di contenuti digitali e programmazione sono oggi competenze di base.
“La scuola – dichiara Ludovico Albert, presidente della Fondazione per la Scuola – è oggi lo snodo della trasformazione sociale per costruire una comunità solida con docenti, studenti, genitori. Ecco perché abbiamo scelto di collaborare con FME Education, un editore specializzato in formazione che vuole essere un partner per insegnanti e genitori nei processi di apprendimento dei ragazzi”.
Offrire nuovi contenuti alla scuola e fruire delle nuove infrastrutture tecnologiche, significa impegnarsi a far crescere le competenze digitali di alunni e docenti. Per ottenere questi risultati la scuola ha bisogno di investimenti strutturali e di un’azione congiunta e mirata di soggetti pubblici e privati.

“In questi anni di lavoro quotidiano con il mondo della Scuola abbiamo maturato la convinzione che l’innovazione digitale sia una potente leva per supportare il lavoro dei docenti e i risultati degli studenti – dichiara Massimo Fumagalli, l’Editore -. Siamo però convinti che l’unica innovazione possibile passi dalla mediazione dell’insegnante, il vero motore del cambiamento. Proprio per questo siamo entusiasti di annunciare la partecipazione a “Riconnessioni” e contribuire a questo ambizioso progetto di formazione dedicata ai docenti promosso dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo”.

A partire dal mese di ottobre, Fondazione per la scuola e FME Education organizzeranno nell’ambito del progetto “Riconnessioni” attività di formazione intensiva per docenti della scuola primaria della durata di un giorno per fornire le competenze di base per l’utilizzo delle tecnologie digitali applicate alla didattica. Verranno affrontati i seguenti temi: interattività e didattica, visualizzazione dei concetti, didattica e social media, produzione e distribuzione di contenuti personalizzati, gamification. La tecnologia digitale affiancata a una comunicazione efficace e consapevole delle dinamiche del web collaborativo può essere un valore aggiunto concreto di competenze e tecniche a disposizione dei docenti per migliorare l’insegnamento e ottimizzare le relazioni con il singolo studente e l’intera classe. Obiettivo del corso sarà quindi fornire ai docenti le competenze per la creazione di lezioni multimediali interattive attraverso lezioni teorico-pratiche, con dimostrazioni e coinvolgimento diretto dei partecipanti, anche attraverso l’utilizzo del nuovo strumento creato da FME Education per la scuola – MyEdu Plus.