Non hai voglia di studiare? Ti iscrivo ad una scuola professionale!

Per mio padre era un concetto normale “non hai voglia di studiare?” andrai a lavorare o ti iscrivo ad una scuola professionale.
Oggi è ancora così nella percezione di insegnanti e genitori ed in effetti le scuole professionali sono un po’ un'”ultima spiaggia“. Gli studenti spesso sono poco studiosi ed ipnotizzati da smartphone e droghe “leggere”.
Spesso sono giustificati dal essere poco bravi e attenti nelle materie “teoriche” (italiano, matematica, scienze e tecnologia, inglese, …) privilegiando le materie “pratiche“.
Ma oggi le materie pratiche sono ancora pratiche?
C’è bisogno ancora di capire come si lavora un pezzo a mano o al tornio rispetto a quella che è l’esigenza di un’azienda moderna?

L’evoluzione è importante da capire in ogni settore però in effetti le esigenze aziendali oggi sono completamente differenti.
Servono operai specializzati, in grado di utilizzare macchine cnc o computer con programmi CAD che controllano stampanti 3D o linee di produzione robotizzate o …

Se non fosse così che bisogno ci sarebbe degli ITS (Istituti Tecnici Superiori)?

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro

Gli italiani non temono l’intelligenza artificiale ma, anzi, guardano a questa innovazione come un’opportunità. Due terzi dei dipendenti, infatti, ritiene che automazione, robotica e intelligenza artificiale influenzeranno positivamente il proprio lavoro nei prossimi cinque o dieci anni e l’80% considera positivamente il crescente impatto della tecnologia sul mondo del lavoro. Ma la percezione cambia se si analizzano le competenze richieste dalla digitalizzazione del lavoro: gli italiani sono i primi a livello globale a sentirsi obbligati a sviluppare le proprie capacità per tenere il passo con i progressi digitali (80%) e l’87% sente il bisogno di acquisire sempre nuove competenze digitali per mantenersi competitivi sul mercato. Una carenza di competenze digitali che gli italiani avvertono sia nelle imprese, dove solo il 41% offre corsi di formazione sull’argomento ai propri dipendenti, e nelle istituzioni scolastiche e universitarie, che solo secondo il 50% dei dipendenti forniscono agli studenti le conoscenze necessarie per prepararli ai lavori del futuro, e alla quale cercano di rispondere investendo autonomamente nella propria formazione digitale (56%).

L’ultima edizione del Randstad Workmonitor, condotta in 34 Paesi del mondo su un campione di 405 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana e percepiscono un compenso economico per questa attività – rivela un atteggiamento favorevole dei lavoratori italiani nei confronti dell’intelligenza artificiale, vista come un’opportunità per migliorare il proprio lavoro e uno stimolo per acquisire nuove competenze, ma allo stesso tempo emerge quanto l’offerta e la padronanza di competenze digitali non sia ancora sufficiente a gestire un cambiamento sociale, culturale e tecnologico così profondo.

“Dalla ricerca emerge come sia cambiata la percezione dell’intelligenza artificiale fra gli italiani, vista non più come un pericolo ma bensì come un’opportunità – commenta Marco Ceresa, Amministratore delegato Randstad Italia –. La partita per cogliere tutti i benefici dell’intelligenza artificiale si gioca, però, sulla capacità del sistema formativo e delle imprese di sviluppare le competenze digitali di studenti e lavoratori e su questo piano la strada da fare è ancora lunga. Solo il 50% degli italiani ritiene che le università forniscano agli studenti le giuste competenze digitali per prepararli al loro futuro nel mondo del lavoro (32sima posizione su 34 paesi; -18% rispetto alla media globale e -15% rispetto alla media europea) e meno della metà del campione afferma che la propria azienda investe in applicazioni di intelligenza artificiale o nella formazione dei dipendenti sul tema. Per gestire un cambiamento culturale e sociale così profondo è necessario un progetto a lungo termine che metta insieme il contributo di lavoratori, scuole e imprese”.

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro – Otto italiani su dieci vedono il crescente impatto della tecnologia sul mondo del lavoro come un’opportunità (l’80%, +6% sulla media globale e 10% sulla media europea), dodicesimi rispetto ai 34 paesi analizzati dalla ricerca. In Europa soltanto Grecia (82%) e Portogallo (83%) sono più ottimisti. Il 65% dei lavoratori, invece, è convinto che automazione, robotica e intelligenza artificiale avranno un impatto positive sul proprio lavoro (+25% rispetto al 2014), sei punti in più rispetto alla media globale e ben dodici rispetto alla media dei paesi europei, fra cui soltanto la Polonia (68%) ha un atteggiamento più favorevole.

Il problema delle competenze – L’atteggiamento cambia se si guarda alle competenze necessarie per gestire i cambiamenti portati dall’intelligenza artificiale. Soltanto il 47% degli italiani ritiene che servirà un mix di abilità diverse da quelle già in loro possesso, contro il 58% della media globale. In Europa soltanto Austria (45%), Lussemburgo (45%), Olanda (45%), Grecia (43%), Ungheria (43%) e Svezia (40%) si mostrano più fiduciosi delle proprie competenze. Ma gli italiani sono anche i primi fra le popolazioni analizzate a sentirsi sotto pressione per restare aggiornati sugli sviluppi delle tecnologie digitali: l’80%, ben 33 punti in più della media globale e 38 più della media europea. L’87% dei dipendenti, inoltre, vuole acquisire più competenze per garantire la propria occupabilità in futuro (+7% rispetto alla media globale e +9% sulla media europea), dodicesimi nella classifica globale e quinti in Europa dietro a Polonia (88%), Spagna (88%), Portogallo (89%) e Romania (89%).

Una carenza di competenze digitali che inizia nelle scuole e nelle università, con solo il 50% del campione che pensa che gli studenti ricevano le conoscenze adeguate per prepararsi al mondo del lavoro (terzultimi nella classifica globale con 18 punti in meno della media, -15% rispetto alla media europea e -23% rispetto alla media del Nord Europa). Delusi dal sistema formativo, i lavoratori si rivolgono alle imprese per ricevere quella formazione digitale di cui sentono di avere bisogno. L’81%, infatti, crede che sia compito del datore di lavoro predisporre piani di formazione per consentire ai dipendenti di acquisire le competenze digitali mancanti, contro il 76% della media globale, ma soltanto il 41% del campione dichiara che l’azienda in cui lavora sta investendo nella formazione dei dipendenti su intelligenza artificiale e machine learning (46% dei lavoratori 18-45enni e 35% dei senior), contro il 44% della media globale. Poche anche le imprese che stanno investendo nelle tecnologie legate all’intelligenza artificiale: lo afferma solo il 47% del campione italiano (due punti sotto la media dei paesi analizzati), con una forbice ridotta fra generi (49% uomini e 46% donne) e un divario più ampio fra lavoratori giovani (55%) e senior (38%). La conseguenza per non farsi trovare impreparati è quella di investire personalmente nella propria formazione sul tema (56%, -3% sulla media globale), in particolare gli uomini (60%, contro 52% delle donne) e i più giovani (61%, contro il 49% dei lavoratori senior).

ll 65% degli studenti e dei lavoratori in Italia sta facendo una formazione già sorpassata. Tra 10 anni saranno desuete il 60% delle imprese e delle professioni.

Qual’è il futuro della formazione in Italia? Da oltre 10 anni a rispondere ha contributo ExpoTraining, la più importante manifestazione italiana del settore, che ogni anno presenta il suo Libro Bianco sulla Formazione, ormai un punto di riferimento per conoscere presente e futuro della formazione. Una ricerca ampia, basata sul coinvolgimento di oltre 600 stakeholder tra imprenditori, esperti del settore, sindacalisti, esponenti delle istituzioni, che si confronteranno con il pubblico in oltre 600 tra workshop e tavole rotonde.

I prossimi 24 e 25 ottobre a Fiera Milano si riuniranno nel Forum Imprese e Management le principali associazioni imprenditoriali, i sindacati, le istituzioni nazionali e locali, le aziende che si occupano di formazione, per discutere dei dati, per analizzare le tendenze, per conoscere le buona prassi e per fare proposte concrete.

“Di formazione non si parla poi molto, mentre invece è davvero la base indispensabile per dare vera forza alle imprese italiane e per creare valore ed occupazione – ha dichiarato Carlo Barberis, Presidente di ExpoTraining – Tra tanti numeri mi pare significativo un dato prima di tutti: il 77% degli imprenditori ritiene che la formazione sia uno strumento strategico, l’unico in grado di uscire dalla debole crescita italiana. E negli ultimi 3 anni questo dato è cresciuto del 36%. E’ quindi tempo che la formazione esca dal dibattito dei soli addetti ai lavori e che diventi effettivamente centrale sia dal punto di vista culturale, sia da quello politico. La formazione non è solo necessaria, è davvero il fronte su cui si misurano e si misureranno le economie, chi non forma muore: il 60% delle imprese e delle libere professioni che oggi conosciamo tra 10 anni saranno desuete e scompariranno, sostituite da nuovi lavori e competenze.”

“Quest’anno ad ExpoTraining ci interrogheremo su quanta e quale innovazione reale stanno facendo le imprese italiane e come la formazione stia cambiando il mondo del lavoro, anche alla luce del Piano Industria 4.0. E verificheremo come, nonostante la crescita di consapevolezza che pure si è registrata, ancora oggi il 65% degli studenti e dei lavoratori sta facendo una formazione già vecchia.”.

Intelligenza artificiale, automazione e trasformazione del mercato del lavoro

Marco Comastri, General Manager EMEA, CA Technologies

Software che “impara a imparare”
Al giorno d’oggi, i cambiamenti si susseguono a un ritmo esponenziale sospinti principalmente da nuove tecnologie quali automazione e intelligenza artificiale. A questo proposito vorrei sottolineare come la vera sfida dell’innovazione nell’ambito dell’automazione e dell’intelligenza artificiale si giochi soprattutto a livello del software che governa impianti produttivi, sistemi di fatturazione, customer relationship, assistenza al cliente e customer experience.
Persino lo sviluppo del software stesso è ormai sempre più automatizzato, con un conseguente risparmio di risorse e benefici significativi in termini di qualità del codice e delle applicazioni prodotte. L’automazione nel campo del software si è inoltre arricchita di “intelligenza” e nei prossimi anni sarà sempre più frequente l’utilizzo di soluzioni software in grado di gestire lo sviluppo del codice al fianco e, in alcuni casi, al posto degli esseri umani.
Il software che “impara a imparare” realizzerà l’utopia del self-writing software, ovvero del software che si scrive da solo attraverso un meccanismo di autoapprendimento.

Le opportunità introdotte dall’automazione
Le opportunità abilitate da automazione e intelligenza artificiale sono infinite, ma al tempo stesso fonte di forte preoccupazione. Prendiamo ad esempio quanto accaduto presso il laboratorio di ricerca di Facebook, dove scienziati e ingegneri hanno dovuto bloccare un esperimento che vedeva coinvolti due programmi di intelligenza artificiale, dopo aver scoperto che i due robot avevano iniziato a interagire parlando una lingua sconosciuta agli uomini e comprensibile solo a loro.
L’idea che due macchine possano trovare un modo di comunicare autonomo ha accresciuto i timori che già da tempo attanagliano chi prevede un futuro nel quale le intelligenze artificiali possano diventare così potenti da rendersi completamente indipendenti dagli esseri umani. Di certo questo episodio ha alimentato una questione tutt’altro che risolta: l’Intelligenza Artificiale rappresenta una risorsa o un pericolo per l’umanità? La domanda non è nuova, ma la risposta è ancora controversa.
In molti, le parole ‘automazione’ e ‘intelligenza artificiale’ suscitano timori come la disoccupazione di massa, l’aumento delle disuguaglianze e l’avvento di un mondo dove gli esseri umani verranno sempre più sostituiti dai robot. È indubbio che l’automazione e l’intelligenza artificiale diano vita a nuove opportunità, ma creino al tempo stesso grandi sfide. Un po’ com’è stato per le rivoluzioni industriali che l’hanno preceduta, anche la cosiddetta quarta rivoluzione industriale racchiude in sé grandi potenzialità, ma occorre prendere subito le decisioni giuste, in ambito imprenditoriale e politico, e adottare un nuovo approccio alla formazione e al lavoro.

Lavori automatizzati all’orizzonte
Le previsioni sull’impatto nel mondo del lavoro non possono essere ignorate. Secondo alcuni studi, in futuro una percentuale di posti di lavoro compresa tra il 9 e il 50 per cento potrebbe essere automatizzata. Vorrei però sottolineare che l’estrema variabilità di questa stima la rende non solo poco significativa rispetto a un orientamento generale, ma ha anche il difetto di non definire il quadro complessivo. Bisogna infatti considerare che già oggi quasi tutti gli incarichi lavorativi prevedono alcune mansioni automatizzabili con le tecnologie esistenti: McKinsey stima che il 30% delle attività svolte oggi nell’ambito del 60% delle occupazioni può essere automatizzato.
È altrettanto vero che sono davvero poche le occupazioni destinate a scomparire del tutto nel breve termine. Secondo alcune analisi, solo il 5% del totale dei lavori odierni potrebbe essere sostituito dalle tecnologie attualmente in uso.
Non dimentichiamo, poi, che l’automazione arriverà a ondate; in un’analisi di PWC su oltre 200.000 posti di lavoro in 29 Paesi, si stima che la prima ondata di automazione – prevista per i primi anni del prossimo decennio – interesserà il 3% dei posti di lavoro, mentre la seconda e la terza – contraddistinte da un’adozione più matura – porteranno ad una automazione del 30% dei posti di lavoro entro la metà del 2030.

Nuovi modelli lavorativi
È quindi indispensabile giocare d’anticipo e prepararsi ad affrontare il cambiamento, in un futuro che dovrà necessariamente essere più collaborativo.
Il cambiamento più grande dell’età dell’automazione sarà, infatti, rappresentato da nuovi modelli lavorativi fondati sulla collaborazione tra uomo e macchina, sul mix di hard e soft skill, e sulla commistione tra risorse con competenze tecnico-scientifiche e artistico-umanistiche.
Man mano che un crescente numero di robot eseguirà i lavori di routine, le persone potranno assumere nuovi incarichi che nasceranno all’interno di discipline quali l’ingegneria robotica, il data analytics, la cybersecurity, l’Internet delle Cose, oltre a mansioni che richiedono qualità uniche del genere umano quali creatività, iniziativa, leadership e lavoro di squadra per generare innovazione e favorire il progresso dell’umanità.
Tutto ciò che oggi è vulnerabile in azienda – in termini di dati e continuità operativa – lo sarà ancora di più domani. L’intelligenza artificiale offrirà grandi vantaggi, ma, al tempo stesso costringerà le aziende a fronteggiare nuove minacce; sarà quindi indispensabile combattere alcuni rischi connessi all’intelligenza artificiale facendo ricorso all’intelligenza artificiale stessa. Anche in questo caso sarà responsabilità e compito dell’uomo rendere possibile tutto questo.

Coniugare skill umanistiche e scientifiche
Le nuove sfide richiederanno alle aziende la capacità di coniugare skill umanistiche e scientifiche all’interno di nuovi team di lavoro multidisciplinari, formati da risorse con profili e background diversi: l’esperto in sicurezza informatica dovrà lavorare con colleghi psicologi, antropologi e laureati in economia. Si tratta di un’importante novità rispetto al passato. Questa commistione, che si può riassumere con l’acronimo STEAM (Science, Technology, Engineering, Arts & Mathematics), può rappresentare una grande opportunità per i giovani.
È indubbio che, in un mondo del lavoro sempre più condizionato dall’automazione e dall’utilizzo dei robot, una delle priorità sarà quella di promuovere soluzioni di collaborazione costruttiva fra uomini e macchine. Per questo motivo, i robot in molti ambiti stanno per essere sostituiti dai “cobot” – contrazione di “collaborative robot” – ovvero robot che collaborano con l’uomo in qualità di “assistenti” nell’ambito di una attività o processo oppure di “guida”, progettati per agire secondo istruzioni umane o per reagire a comportamenti e azioni umane.
I cobot possono rappresentare un preziosissimo aiuto per i lavoratori, imparando da questi ultimi a eseguire le attività in modo più rapido, efficiente e accurato. Non si tratta più di macchine capaci di compiere movimenti ripetitivi, ma di macchine in grado di “imparare”, “pensare” e “agire” accanto all’uomo nel vero senso della parola.
La sfida per le aziende sarà quella di adeguare l’organizzazione, i processi, i modelli operativi e la gestione delle risorse – umane e non – per riuscire a cogliere le opportunità generate dalla cobotica. CA Technologies ha avviato recentemente in Finlandia una collaborazione su un progetto di “cobotica” – robotica collaborativa – con la TUT (Tampere University of Technology) e Tieto per esplorare come rendere più sicuri ed efficaci possibili i flussi di lavoro tra uomo e robot.

Upskilling per il futuro del lavoro
Tutti questi sviluppi testimoniano che le competenze umane continueranno a svolgere un ruolo cruciale nei moderni luoghi di lavoro. Tuttavia, per metterne a frutto il potenziale, è indispensabile un’azione congiunta da parte dei leader aziendali e politici al fine di garantire che i lavoratori, attuali e futuri, acquisiscano le skill, le conoscenze e le capacità adatte a rispondere alle sfide del futuro.
In particolare, occorre dedicare maggiore attenzione ai programmi di upskilling e reskilling, tema che ha assunto un ruolo di primo piano nell’edizione 2018 del World Economic Forum di Davos, che si è conclusa con il varo di una nuova iniziativa denominata “IT Industry Skills Initiative”.
Costruito attorno a una piattaforma gratuita online, chiamata SkillSET, il progetto ha lo scopo di rendere accessibili risorse e opportunità formative a un milione di persone entro il 2021.
Risorse innovative come queste rappresentano un primo piccolo passo per permettere alla popolazione in tutto il mondo di cogliere le opportunità che questa nuova era offre – ma c’è ancora molto da fare. Dai progetti di cobotica alle iniziative di upskilling e alle attività che contribuiscono a ispirare la prossima generazione di innovatori e leader digitali, è fondamentale intensificare i legami tra i governi e l’industria per accelerare il ritmo del progresso.
Il futuro del lavoro è nelle nostre mani e l’intelligenza artificiale è solo l’ultimo anello di una lunga catena di straordinari sviluppi concepiti e realizzati dall’uomo. Solo prendendo ora le decisioni giuste in ambito politico e imprenditoriale riusciremo a estendere a tutti gli interessati i potenziali benefici di questa nuova ondata di innovazione.

www.theskillset.org

Formazione per aiutare a conoscere meglio la lingua e la cultura italiana

Attraverso la formazione è possibile inserire nel modo migliore migranti e stranieri, rendendoli effettivamente produttivi, aiutandoli concretamente in una integrazione effettiva.

In Italia solo il 4,3% degli migranti ha frequentato un corso di formazione, a fronte di una media europea del 13% (dati Eurostat).

Su un panel di 500 imprenditori, sindacalisti ed esperti di formazione organizzato da Osservatorio ExpoTraining (rivelazione metodo CAWI luglio 2018 a risposta multipla), l’85% degli imprenditori ritiene che la formazione sia lo strumenti più importante per l’integrazione ed il 76% si dice disponibile ad assumere dopo un corso di formazione specifico. Le idee sono anche chiare: il 53% ritiene che la formazione, oltre che per le finalità dell’impiego, debba aiutare nel conoscere meglio la lingua e la cultura italiana.

L’innovazione digitale in aziende italiane: intervista ai responsabili digitali

Come possono aziende e istituzioni sopravvivere in un mondo che si trasforma continuamente per effetto di un modello di economia digitale estremamente complesso e imprevedibile?

Il 70% del campione intervistato da IDC percepisce il business della propria azienda esposto alla disruption. In pratica, buona parte delle realtà del nostro Paese si sente a rischio.
Come intendono reagire i manager italiani a questa sfida? Introducendo scenari di trasformazione del modello di business a diverse velocità: chi puntando a iniziative disruptive a forte impatto (10%), chi preferendo strategie più graduali di innovazione (42%). La maggior parte (60%) andrà a innovare prodotti e servizi, un quarto (26%) il modello aziendale od organizzativo.
Nuove capacità e velocità sono poi oggi richieste alle aziende e alle istituzioni per misurarsi con il consumatore digitale e dare nuovo valore alla relazione con clienti, utenti e cittadini. Il 48% dei digital leader italiani, infatti, non ritiene che il ritmo con cui si innova sia adeguato ai cambiamenti del mercato. Per cambiare marcia, questi manager segnalano la valenza del paradigma data-centrico (il 30% svilupperà prodotti e servizi più adeguati alle esigenze dei clienti/utenti valorizzando i dati in modo sistematico), prevedono più investimenti in tecnologie innovative quali IoT, Intelligenza Artificiale/Machine Learning, Robotica… (37%) e soprattutto attribuiscono grande importanza a competenze, attitudini e talenti nell’ambito dell’innovazione. Spicca, in questa direzione, il valore dato a modelli partecipativi delle persone ai processi di innovazione: il 67% dei digital leader ritiene infatti strategico coinvolgere dipendenti e collaboratori come parte attiva nell’innovazione aziendale.
Infine, nelle imprese italiane c’è sempre più bisogno di attrezzarsi con contributi multipli e team estesi che abilitino un cambiamento sostenibile dei processi, dell’innovazione tecnologica e delle relazioni con l’ecosistema esterno – partner, università, startup… – per accelerare nuove forme di business.
La creatività italiana emerge come grande valore aggiunto, la poca propensione al rischio e l’incapacità di accettare i fallimenti, retaggi tipici della cultura aziendale italiana, restano come fattori a freno. Ma tutti i digital leader sono concordi che solo l’innovazione tecnologica potrà traghettare in modo competitivo le nostre imprese nel prossimo futuro.

Quasi tutte le professioni cambieranno radicalmente nei prossimi 20 anni

Kaspersky Lab_SecurITCup 2018

Nel corso di una nuova ricerca, Kaspersky Lab ha chiesto ad alcuni studenti come immaginassero la propria carriera post-universitaria: il 40% ha dichiarato di avere l’impressione di studiare per lavori che ancora non esistono.
I progressi tecnologici mostrano come sta cambiando il panorama professionale: anche le professioni più tradizionali, in ambiti come medicina e agricoltura, sono in costante evoluzione per adattarsi alle tecnologie da cui ora dipendono. Sono diversi gli esempi dei lavori del futuro a cui gli studenti si stanno preparando:
Tele-chirurgo: i chirurghi non dovranno più essere presenti in sala operatoria, faranno funzionare le macchine intelligenti da remoto senza mai “mettere fisicamente le mani” sui propri pazienti.
Specialista nell’interazione tra uomo e robot: se i robot lavoreranno e vivranno al fianco degli umani, dovranno essere preparati ad interagire con la complessità delle emozioni umane e, viceversa, gli esseri umani avranno bisogno di una formazione che possa garantire una comunicazione efficace con una macchina.
Architetti di Realtà Aumentata: la realtà aumentata migliora le esperienze sovrapponendo le immagini virtuali a quelle reali. Gli architetti di realtà aumentata saranno in grado di mappare i modelli 3D di un edificio inserendolo virtualmente nello spazio in cui dovrà essere collocato per vedere come meglio potrà adattarsi all’ambiente circostante.
Sviluppatori di Smart-home: Una Smart-home richiede un ecosistema adattato alle abitudini, ai bisogni, allo spazio e alle dinamiche familiari del proprietario. Gli sviluppatori creativi avranno bisogno di ideare sistemi e algoritmi in grado di adattarsi ad una grande varietà di configurazioni domestiche.
3D Printed Fashion Designer: Il processo di produzione e creazione di capi di abbigliamento sarà sempre più rivoluzionato dall’uso dei computer. Il designer 3D dovrà progettare oggetti che possano essere creati completamente dalle macchine.
Steve Sully, Associate Director della global recruitment agengy Robert Half Technology, ha dichiarato: “È sorprendente che solo il 40% degli studenti abbia pensato che le loro carriere non esistano ancora, poiché quasi tutte le professioni cambieranno radicalmente nei prossimi 20 anni, così come la tecnologia e l’industria 4.0 – e in particolare l’intelligenza artificialestanno rivoluzionando il mondo del lavoro e le competenze richieste. L’adattabilità e l’apprendimento permanente sono fondamentali e proprio per questo gli studenti dovrebbero sempre considerare in che modo le loro competenze possano essere utili in qualsiasi carriera scelgano”.
Se tutte queste professioni future dipenderanno interamente dalla tecnologia e dai sistemi connessi, il compito degli specialisti della cybersicurezza sarà fondamentale; gli esperti di sicurezza informatica renderanno sicure e protette tutte le tecnologie su cui si basano i lavori del futuro rendendoli possibili e senza pericolose interruzioni.
Eugene Kaspersky, CEO di Kaspersky Lab ha dichiarato: “Oggi la cybersicurezza è fondamentale e lo sarà ancora di più in quanto la tecnologia sta diventando il requisito fondamentale per le professioni future. Dalla sicurezza del paziente alla protezione degli individui da possibili incidenti causati da problemi legati all’Intelligenza Artificiale, la cybersecurity deve essere presa in considerazione in tutti i processi tecnologici, perché i “cattivi” continueranno a tentare di sfruttare tutte le opportunità create da un mondo sempre più connesso. Attualmente c’è una vera carenza di competenze nel settore, per questo invito gli studenti a prendere in considerazione questo ambito così fondamentale”.
La risposta concreta a questa problematica è nelle parole di Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab: “In occasione dei 10 anni di Kaspersky Lab Italia, vogliamo celebrare l’impegno costante che la nostra azienda ha da sempre nel settore della cybersicurezza, in particolare guardando al futuro dei giovani. In questo panorama la Secur’IT Cup, una competizione aperta a giovani talentuosi e appassionati di cybersecurity, informatica e mondo digitale, rappresenta una possibilità concreta per avvicinarsi a questo settore, attualmente carente di figure professionali. Nell’era in cui viviamo è impossibile pensare di convivere e integrarsi con la tecnologia senza essere adeguatamente protetti”.
Con la Secur’IT Cup, Kaspersky Lab incoraggia gli studenti ad essere creativi quando si pensa a come proteggersi dalle minacce del futuro. Il concorso è aperto a studenti provenienti da tutto il mondo e da qualsiasi background accademico. I partecipanti hanno la possibilità di vincere $ 10.000, confrontarsi con altri studenti e comprendere cosa significhi lavorare nel settore. Le aree tematiche della Cup riguardano problemi che solo pochi anni fa sembravano fantascienza, ma che per la tecnologia e l’industria odierne sono realtà concrete:
Connected health: garantire che le apparecchiature mediche connesse, usate dai tele-chirurghi per operazioni critiche, siano protette da malware e che non venga compromesso il loro controllo.
IoT: proteggere l’ecosistema delle case intelligenti contro le minacce dovute a punti deboli che potrebbero consentire ad un hacker di entrare nella rete.
Personal safety: creare norme forti ed etiche per le interazioni uomo-robot per garantire la sicurezza tanto degli umani quanto dei robot.