Chromebook e la scuola

Acer chromebook tab 10

In tutto il mondo i chromebook stanno conquistando una fetta sempre più importante di mercato soprattutto nelle scuole.
Un chromebook solitamente costa poco, attorno ai 300 euro, ha un sistema operativo minimale, pensato e realizzato per essere di semplice gestione, di avvio immediato e per funzionare ovunque vi sia una rete wifi con connessione ad internet.

Un chromebook senza internet e senza servizio cloud è quasi inutilizzabile. Certo si può utilizzare in locale ma solo con la rete si potrà sincronizzare ogni file creato, ricevere e spedire email, utilizzare chat, chiamate, …

Un chromebook è un computer simile allo smartphone (un android) ma in genere non adatto a chiamate G (4G, 5G, …)

Io ho provato un Acer chromebook tab 10. Immediato da utilizzare sia per chi utilizza abitualmente uno smartphone (essendo un android si potranno scaricare le app necessarie) sia per chi usa un computer in ottica cloud Google.

Alla base di tutto c’è il browser chrome, l’office Google in cloud (drive) e gmail.

Come per gli smartphone si può lavorare in verticale o in orizzontale, si possono fare fotografie e selfie. Lo schermo touch è semplice da utilizzare, grande e luminoso. A me sinceramente manca la tastiera, sono molto più veloce e riesco senza guardarla a digitare con più dita, trovo più semplice digitare i caratteri accentati, la chiocciola. Sono molto più veloce e preciso con una tastiera tradizionale ma quasi sicuramente supporterà tastiere bluetooth o avrà la possibilità di essere inserito in una docking.

Io sono ancora della vecchia scuola dei portatili con windows 10, applicazioni e memorizzazione locale ma mi rendo conto che la semplicità di utilizzo e di gestione di un chromebook con un’ottima connessione internet e applicazioni e dati in cloud è di una comodità unica e sempre più verrà scelta come soluzione oltre che dalle scuole da tutti gli utenti finali.
Interessante l’utilizzo dello stilo e la possibilità di fare screenshot totali o di aree.

Trovo l’Acer chromebook tab 10 un’ottima soluzione anche se per le mie attuali necessità è ancora una soluzione parziale però più che sufficiente per un utilizzo informatico normale.

Ho scoperto che è prevista una installazione linux al momento in beta. Potrebbe trasformarlo, se necessario in un computer tradizionale.

A scuola non insegnano il modo in cui imparare le materie di studio

Non conosco Scientology, sono cristiano, però condivido che a scuola non insegnano il modo in cui imparare le materie di studio. Questa è la fase mancante di tutta l’istruzione.

Io riporto la loro “pubblicità”. 

Pensateci un attimo: in tutto il tempo che avete trascorso a scuola, qualcuno vi ha mai insegnato come studiare qualcosa? Tutta l’attenzione si concentra sulle materie di studio ma non sul modo per apprendere veramente qualsiasi informazione.

Al giorno d’oggi ci sono persone che, quando finiscono la scuola, non sono neanche capaci di leggere o scrivere ad un livello adeguato a mantenere un lavoro o affrontare la vita con successo. È un problema enorme. Non è che sia impossibile imparare le materie di studio; il fatto è che a scuola non insegnano il modo in cui impararle. Questa è la fase mancante di tutta l’istruzione.

L. Ron Hubbard ha colmato questa lacuna con la prima e unica tecnologia che insegna come studiare. Egli ha scoperto le leggi dell’apprendimento e ha ideato metodi efficaci che chiunque può mettere in pratica. Ha chiamato questa sua scoperta “Tecnologia di Studio”.

Questa tecnologia insegna le basi dell’apprendimento e fornisce metodi precisi per superare tutte le insidie che si possono incontrare durante lo studio.

La tecnologia di studio non ha niente a che vedere con la cosiddetta “lettura veloce” o con altri trucchetti mnemonici [relativi alla memoria]. Tali metodi si sono dimostrati inefficaci nell’aumentare la capacità di capire l’argomento studiato o la capacità di leggere e scrivere. La Tecnologia di Studio spiega in che modo si deve studiare per capire una materia e metterla in pratica.

Tencent limita l’utilizzo temporale di videogiochi

Tencent, il maggiore distributore cinese di videogame, ha da poco adottato una tecnologia di riconoscimento facciale per limitare il tempo passato trascorso su videogiochi su smartphone e nello specifico con Honour of Kings da noi conosciuto come Arena of Valor.
Il giocatore deve caricare la sua carta di identità che verrà confrontata con database governativi. Tramite il riconoscimento facciale  i giocatori che hanno meno di 18 anni potranno giocare per non più di due ore al giorno, mentre quanti ne hanno meno di 12 anni una.

Verrà bloccato inoltre l’accesso all’app fra le 9 di sera e le 8 del mattino.

Arte gastronomica strumento per migliorare il mondo

Insegnamo l’arte gastronomica strumento per migliorare il mondo.
Crediamo che per imparare a cucinare bisogna prima di tutto imparare a pensare perché ogni piatto è intuito, coraggio, ambizione, è audacia, gioia, memoria e fame di futuro.
E’ una stato d’animo che si realizza.
Imparerete che una tagliata perfetta può rendere affilato un ragionamento.
Un grande riso può far tornare il buon umore.
E il cuoco di una scuola può cambiare il futuro del paese.
Quello di un ospedale può guarire l’umore.
Che un ingrediente povero può far sentire ricco chi lo mangia.
E che una semplice margherita può essere la più nobile delle ordinazioni.
Imparerete che con una penna e un filo d’olio si può scrivere una storia.
Che un piatto intelligente può alzare il QI di chi lo mangia.
Che l’acqua pazza è un modo saggio di valorizzare un sapore.
Che la temperatura di un piatto può alzare quella di una storia.
Che una spezia esotica può allargare i confini di una creazione.
Che i valori nutrizionali sono valori in cui credere al pari di giustizia, uguaglianza e libertà.
Imparerete a cucinare per rendere il mondo un luogo più creativo, più visionario, più sorprendente, più felice e che l’importante è iniziare il viaggio.
IN CIBUM dove tutto ha inizio.

8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori troppo permissivi

I bambini cominciano sempre prima a cimentarsi con i dispositivi digitali. Secondo una ricerca curata nel 2018 dal Centro per la Salute del Bambino onlus e dall’Associazione Culturale Pediatri in Italia, 8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono troppo spesso permissivi: il 30% dei genitori usa lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, il 70% al secondo anno. Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, anzi alcune applicazioni hanno mostrato di avere un impatto positivo sull’apprendimento in età prescolare, purché usate insieme ai genitori. Piuttosto un monito che sottolinea l’importanza di iniziare sin da subito ad educare i bambini ad un corretto utilizzo degli strumenti digitali. Ecco la ragione che ha spinto l’Associazione Parole O_Stili ad aprirsi anche al mondo dei piccolissimi con la pubblicazione di “Parole appuntite, parole piumate”, il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni che verrà presentato in anteprima a Bari (Fiera del Levante) venerdì 30 novembre durante l’evento “Parole a Scuola”, la giornata di formazione gratuita sul tema delle competenze digitali e dell’ostilità nei linguaggi organizzata dall’Associazione Parole O_Stili, Università Cattolica, Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con MIUR e Corecom Puglia.

Il Manifesto, che avrà la forma di un libretto, è scritto da Anna Sarfatti illustrato da Nicoletta Costa, ideatrice di Giulio Coniglio ed edito da Franco Cosimo Panini Editore.

“Parole appuntite, parole piumate” sarà uno strumento per genitori ed educatori utile per cominciare da subito a spiegare ai bambini il corretto utilizzo degli strumenti digitali, proprio durante gli anni in cui iniziano i primi approcci ai dispositivi mobili.

10 semplici concetti che i genitori e gli educatori possono spiegare anche ai più piccini. “Parole appuntite, parole piumate” nasce quindi per diventare uno strumento utile all’approccio guidato verso tematiche legate alla presenza nel web affrontando l’argomento in modo ragionato, con un codice linguistico e interpretativo adatto ai più piccini.

Ecco i 10 concetti che compongono il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni:

1. Virtuale è reale
La rete non è un gioco. È un posto diverso, ma è tutto vero. E anche in rete ci sono i buoni e i cattivi: bisogna stare attenti!

2. Si è ciò che si comunica
In rete bisogna essere gentili. Dietro le foto ci sono persone come noi. Se dici cose cattive, saranno tristi. O penseranno che sei cattivo.

3. Le parole danno forma al pensiero
Prima di parlare bisogna pensarci: puoi contare fino a 10! Così riesci a trovare proprio le parole giuste per dire quello che vuoi.

4. Prima di parlare bisogna ascoltare
Nessuno ha ragione tutte le volte. Imparare ad ascoltare è molto bello, perché si capiscono i pensieri degli altri e si diventa amici.

5. Le parole sono un ponte
Ci sono delle parole che fanno ridere e stare bene, come una coccola o un abbraccio. E abbracciarsi con le parole è bellissimo!

6. Le parole hanno conseguenze
Le parole cattive graffiano e fanno male. Se tu fai male a qualcuno con le parole, poi non è più tuo amico. Tante parole belle, tanti amici!

7. Condividere è una responsabilità
La rete è come un bosco: meglio farsi accompagnare da un grande. E non dire mai a nessuno il tuo nome, quanti anni hai, dove abiti.

8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare
Qualche volta non si va d’accordo: è normale. Ma non è normale dire parole cattive a un amico se lui non la pensa come te.

9. Gli insulti non sono argomenti
Offendere non è divertente. Gli altri diventano tristi e arrabbiati. Adesso sei grande e sai parlare: non hai più bisogno di urlare.

10. Anche il silenzio comunica
Qualche volta è bello stare zitti. Quando non sai cosa dire, non dire niente! Troverai il momento giusto per dire la cosa giusta.

Dislessia: linee guida per creare e stampare eccellenti materiali

Chi soffre di dislessia ha bisogno di testi chiari e semplici. La dislessia è infatti un disturbo che influisce sulla capacità di lettura e scrittura: i bambini dislessici riescono a compiere queste attività, ma devono impiegare molte energie. In Parlamento è stato presentato un disegno di legge sostituivo della normativa in corso e, in attesa che percorra il suo iter, la rivista GG Giovani Genitori, in collaborazione con Epson, ha stilato alcune linee guida per creare e stampare eccellenti materiali che possono essere un valido supporto per i bambini con disturbi dell’apprendimento.

Cosa rende più leggibile un testo?
Font arrotondati, ma anche carta opaca e colorata, impaginazione curata e sintassi lineare: questi sono alcuni dei principali aspetti che è necessario tenere in considerazione per ottenere testi accessibili anche per i bambini con problemi di dislessia.

Stile e struttura del testo
Per migliorare la leggibilità di un testo, innanzitutto, bisogna limitare la lunghezza delle frasi. Il consiglio è di ridurle a 60-70 caratteri privilegiando un’interlinea ampia (1,5 righe o doppia) e paragrafi brevi per “rompere” il testo. La spaziatura è fondamentale per migliorarne la chiarezza. Può essere d’aiuto per la comprensione usare il grassetto per sottolineare le parole importanti, mentre il corsivo facilita la lettura di parole consecutive. È raccomandato anche l’allineamento a sinistra del testo e la suddivisione in elenchi numerati o puntati, piuttosto che stampare paragrafi lunghi e compatti. È molto importante ricordarsi sempre che una disposizione coerente e lineare rende il testo più comprensibile per tutti.

Font consigliati e tipi di carta e colori
Con una dimensione minima tra i 12 e i 14 punti, i font arrotondati come l’Arial, il Comic Sans, l’Helvetica, il Tahoma, il Trebuchet e il Verdana sono ideali per essere letti da tutti con meno difficoltà.
Che sia per la ricerca scolastica o la stampa di un poster da appendere a scuola, per la stesura di un tema da leggere in classe o la tesina di fine corso, è importante ricordare che, per migliorare la leggibilità, è necessario evitare sempre di stampare un testo chiaro su sfondo scuro. Sebbene la carta colorata sia più indicata di quella bianca, l’ideale sarebbe di color bianco crema, meglio se opaca. Anche il peso del supporto influisce sulla lettura, perché la trasparenza del foglio rende più complicato distinguere i segni. Il peso minimo? Quello corretto è di 80-90 grammi.

L’innovazione digitale in aziende italiane: intervista ai responsabili digitali

Come possono aziende e istituzioni sopravvivere in un mondo che si trasforma continuamente per effetto di un modello di economia digitale estremamente complesso e imprevedibile?

Il 70% del campione intervistato da IDC percepisce il business della propria azienda esposto alla disruption. In pratica, buona parte delle realtà del nostro Paese si sente a rischio.
Come intendono reagire i manager italiani a questa sfida? Introducendo scenari di trasformazione del modello di business a diverse velocità: chi puntando a iniziative disruptive a forte impatto (10%), chi preferendo strategie più graduali di innovazione (42%). La maggior parte (60%) andrà a innovare prodotti e servizi, un quarto (26%) il modello aziendale od organizzativo.
Nuove capacità e velocità sono poi oggi richieste alle aziende e alle istituzioni per misurarsi con il consumatore digitale e dare nuovo valore alla relazione con clienti, utenti e cittadini. Il 48% dei digital leader italiani, infatti, non ritiene che il ritmo con cui si innova sia adeguato ai cambiamenti del mercato. Per cambiare marcia, questi manager segnalano la valenza del paradigma data-centrico (il 30% svilupperà prodotti e servizi più adeguati alle esigenze dei clienti/utenti valorizzando i dati in modo sistematico), prevedono più investimenti in tecnologie innovative quali IoT, Intelligenza Artificiale/Machine Learning, Robotica… (37%) e soprattutto attribuiscono grande importanza a competenze, attitudini e talenti nell’ambito dell’innovazione. Spicca, in questa direzione, il valore dato a modelli partecipativi delle persone ai processi di innovazione: il 67% dei digital leader ritiene infatti strategico coinvolgere dipendenti e collaboratori come parte attiva nell’innovazione aziendale.
Infine, nelle imprese italiane c’è sempre più bisogno di attrezzarsi con contributi multipli e team estesi che abilitino un cambiamento sostenibile dei processi, dell’innovazione tecnologica e delle relazioni con l’ecosistema esterno – partner, università, startup… – per accelerare nuove forme di business.
La creatività italiana emerge come grande valore aggiunto, la poca propensione al rischio e l’incapacità di accettare i fallimenti, retaggi tipici della cultura aziendale italiana, restano come fattori a freno. Ma tutti i digital leader sono concordi che solo l’innovazione tecnologica potrà traghettare in modo competitivo le nostre imprese nel prossimo futuro.

Formazione: come riconoscere i clienti?

Nella formazione non sempre è semplice riconoscere il cliente e di conseguenza chi mettere al primo posto.
Vi faccio il mio esempio, probabilmente il più complesso, quello di un libero professionista.
Se faccio un corso a dei parrucchieri è semplice: i parrucchieri mi pagano, loro sono i clienti del corso.
Se faccio un corso aziendale a dei dipendenti, l’azienda mi paga ed è il mio cliente, i dipendenti sono i fruitori del corso.
Se però tramite un’azienda di formazione, faccio un corso aziendale ai loro dipendenti, l’azienda di formazione mi paga ed è il mio cliente, i dipendenti sono i fruitori del corso e la loro azienda è il committente.
Inoltre io dovrò rispondere del mio operato in prima battuta al referente/responsabile/dirigente dell’azienda di formazione.
Problema: come dovrò impostare il corso?
Dovrò soddisfare soprattutto le direttive del mio referente/responsabile/dirigente visto che a lui rispondo?
Dovrò soddisfare soprattutto le volontà dell’azienda di formazione che in effetti è chi mi paga, il mio cliente?
Dovrò soddisfare soprattutto le richieste dell’azienda referente che altrimenti potrebbero valutare negativamente il mio operato?
Dovrò soddisfare soprattutto i fruitori che altrimenti potrebbero valutare negativamente il mio operato?

Facciamo un ulteriore esempio: corso di Word.
Il mio referente mi dice devi fare tantissimi esercizi
Il mio ente mi dice, dobbiamo dimostrare all’azienda, è il nostro migliore cliente, che i dipendenti hanno imparato benissimo lo strumento e possono usarlo in autonomia.
L’azienda referente mi dice: abbiamo deciso di partire con Word ma in effetti a noi serviva imparassero Excel.
Se dovessi venire incontro ai fruitori gli dovrei spiegare gli stessi strumenti in ottica cloud perché da qui a pochi anni così dovranno lavorare.

Chi è il CLIENTE?

p.s. pensate che la domanda nella scuola debba essere posta in modo diverso?

Aula informatica: è ancora necessaria?

La cosiddetta aula informatica a volte è ancora indispensabile a volte è solo un problema, analizziamo i due casi:

  1. l’aula informatica è necessaria quando alla base del corso vi sono programmi client
    come ad esempio un corso specifico sul sistema operativo Windows 10, o sul pacchetto Office, o su Autocad o su …
  2. l’aula informatica è un problema quando alla base del corso vi sono programmi cloud
    come ad esempio gmail, Office 365 o Google Drive o i social o …
    In questi casi un computer di terzi viene visto come un problema perché per tutelare la propria sicurezza le persone spesso non sono disposte ad introdurre il proprio user e password su un computer non loro.
    In questo caso la soluzione migliore è che ognuno porti il proprio portatile o tablet e lo utilizzi in un aula vuota opportunamente predisposto con una connessione wifi veloce.
    In questo caso una possibile soluzione ottimale potrebbe essere avere a disposizione un numero di portatili economici android che a fine lezione vengano reinstallati o azzerati.

Se negli Stati Uniti in ogni scuola ad ogni ragazzo viene dato un chromebook forse c’è un motivo.

Esiste un’età giusta per iniziare a navigare?

Esiste un’età giusta per iniziare a navigare? Secondo la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, smartphone e simili andrebbero vietati fino ai 10 anni, mentre molti pediatri americani li sconsigliano solo prima dei 24 mesi.