Perennial: il segmento di lavoratori in più rapida crescita in diversi Paesi industrializzati

Spencer Pitts, chief technologist, Digital Workspace, EMEA, VMware
È da anni che ci preoccupiamo e riflettiamo su come accogliere i millennial nel mondo del lavoro e su come questa nuova forza lavoro richieda un approccio diverso sia rispetto all’assunzione che rispetto alla crescita all’interno dell’azienda. In realtà le organizzazioni devono essere consapevoli di una propria forza lavoro che potremmo definire con un gioco di parole “perennial”. Considerando che i millennial sono i dipendenti tra i 20 e i 30 anni, possiamo definire perennial coloro che superano i 55 anni.
Questo spostamento di focalizzazione è reso necessario dal fatto che i perennial sono il segmento di lavoratori in più rapida crescita in diversi Paesi industrializzati. In Europa, si prevede che in Paesi come Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo si verificherà un aumento significativo della forza lavoro over 55, mentre nel Regno Unito gli ultra cinquantenni rappresentano già circa un terzo degli impiegati, rispetto ai primi anni ‘90 in cui erano circa un quinto dei dipendenti. Negli Stati Uniti si prevede che diventeranno il più grande gruppo demografico in attività entro il 2024, quando solo nel 1994 rappresentavano la fascia meno numerosa, mentre in Giappone e Corea del Sud questo sviluppo sta avendo un ritmo ancora più veloce.
Le ragioni alla base di questo fenomeno sono abbastanza semplici: l’aspettativa di vita è più alta, l’età non è più un vincolo giuridico nella maggior parte dei Paesi, e il lavoro che svolgiamo forse non è fisicamente faticoso come prima.
Tuttavia, tutto ciò si tradurrà nel prossimo futuro in una forza lavoro che avrà dai 18/21 fino a 60/70 anni. Quindi, come possiamo conciliare fasce demografiche così distanti e diverse tra loro, tenendo in considerazione anche le mutevoli esigenze lavorative delle persone, in modo che tutti i dipendenti siano il più coinvolti e produttivi possibile?
La presenza di fasce di età sempre più diversificate è solo uno dei macro fattori che ha un impatto sul nostro modo di lavorare. Ci troviamo in un momento in cui le aspettative sul modo di interagire con le aziende, in qualità di dipendenti e clienti, si sono evolute sensibilmente. Per ottenere qualcosa, è sufficiente cliccare un pulsante, che si tratti di un libro, di un’auto, un’automobile o di cibo da asporto. Potremmo chiamarlo effetto Amazon/Uber o consumerizzazione dell’IT, sta di fatto che le persone vogliono e si aspettano di vivere lo stesso livello di esperienza a casa, in ufficio o in un negozio, indipendentemente dal fornitore del servizio.
È una totale rivoluzione rispetto alla classica offerta di apparecchiature e servizi IT, in cui tutti hanno lo stesso dispositivo, hanno accesso alle stesse app e lavorano allo stesso modo: uno schema ormai superato sia per i dipendenti che per i datori di lavoro. Questi ultimi, infatti, vogliono che la propria forza lavoro sia coinvolta e produttiva perché possa offrire servizi migliori ai clienti. Secondo uno studio realizzato da VMware con Forbes, le aziende che dotano i propri dipendenti con le app e gli strumenti che preferiscono per svolgere il proprio lavoro arrivano quasi a raddoppiare la qualità del servizio rispetto a chi non lo fa (17% contro il 9%).
Una volta che le aziende comprendono questa rivoluzione, iniziano a ripensare l’organizzazione dei propri uffici per consentire un approccio al lavoro meno restrittivo, sebbene controllato, diversificato in base alle persone, cosicché, se lo desiderano, i perennial e i millennial possano lavorare ciascuno a proprio modo, senza che i risultati cambino.
Sia che parliamo di retail, viaggi, trasporti, assistenza sanitaria o servizi bancari, è diventato importante rendere aspirazionali i ruoli direttamente a contatto con il cliente, concentrandoci sull’empowerment dei dipendenti e offrendo loro gli strumenti per comprendere cosa sta succedendo in ogni determinato momento. La tecnologia può essere di grande supporto, non soltanto dietro a una cassa o a una postazione lavorativa, ma anche permettendo di avvicinarsi ai clienti senza attendere che siano loro a trovarci. Gli utenti vivrebbero meglio l’annullamento di un treno o problemi di stock in un negozio, se invece che essere costretti a fare la fila, potessero interagire con i dipendenti in modo proattivo. Ad esempio, attraverso l’uso di dispositivi mobili dotati di chatbot, un dipendente potrebbe entrare in contatto con il cliente, offrirgli indicazioni, verificare se qualcosa è disponibile a magazzino o se un treno è in orario, ricercando alternative e agendo come punti vendita se necessario. Il cliente riceverebbe così un’esperienza positiva e coerente, che implichi un aspetto umano potenziato dalla tecnologia, in altre parole un “collega smart”.
Questo non migliorerebbe solo la customer experience, ma diventerebbe un vero e proprio elemento di differenziazione dell’occupazione ribaltando il nostro modo di percepire determinati ruoli. All’improvviso alcune posizioni si trasformerebbero da manodopera a basso costo, in ruoli per i quali sono necessarie le giuste competenze e un giusto compenso che le rifletta. Non è un percorso destinato solo ai perennial, o da cui i millennial sono esclusi, ma è una strategia che riporta il cliente al centro, e ci porta a chiederci quale dipendente possa soddisfare al meglio i criteri di un determinato ruolo.
È tempo che i dipendenti decidano come lavorare, e non sia più la piattaforma a determinarlo. Questo potrebbe tradursi in una situazione in cui i perennial stiano in negozio a contatto coi clienti e debbano essere dotati di tablet, e in cui i millennial restino in ufficio con un desktop. In ogni caso, ogni singola persona merita la stessa considerazione e accesso ai dispositivi e alle app di cui ha bisogno per svolgere il proprio lavoro. In fin dei conti, credo che questo sia l’unico approccio in grado di garantire un avanzamento in termini di produttività ed engagement dei dipendenti e, soprattutto, un’esperienza migliore per i clienti.

Quando i ragazzi sembrano non avere passioni

Quando i ragazzi sembrano non avere passioni non fidarti!
Certo, forse non sono passioni travolgenti come quelle della nostra generazione: lo sport, la politica, la fotografia, la musica, il teatro, …
Sembrerebbero molto più annacquate. Inoltre, sebbene non riescano a staccarsi dagli smartphone e dai videogiochi, quasi mai la tecnologia è la loro passione e spesso nemmeno i videogiochi, sembrano giocare quasi esclusivamente per passare il tempo.

Però è ancora l’unico appiglio possibile. L’unico appiglio per cui anche i meno studiosi e i meno volenterosi sono disposti a studiare, a perdere del tempo, a prepararsi.

In questo modo sono riuscito a farli esporre davanti a tutta la classe ed anche alla presenza di esterni (figure interne che di solito conoscono solo perché hanno il ruolo di sgridarli come tutor, vicepresidi e presidi).
Qualcuno ha stampato fogli di propria iniziativa e li ha studiati, qualcuno ha chiesto di poter esporre altre volte. Qualcuno ha fatto fatica ad esporre, è andato in crisi di panico ma piano piano …

Che siano le basi per iniziare un’attività di classe capovolta (flipped classroom)?

Appena terminata questa attività che è riuscita a conquistarli, a farli parlare almeno degli argomenti di loro interesse, proverò ad iniziare con degli argomenti specifici di gruppo, sempre di loro interesse.

Ad es. in una classe di estetiste hanno esposto specifici prodotti, ora dovranno fare un’attività di gruppo su creme, smalti, …, le diverse tipologie, come funzionano, come devono essere applicati, le aziende leader del mercato in Italia e in tutto il mondo, …
In una classe di meccanici auto hanno esposto modelli di automobili, moto, trattori, … ora dovranno dividersi in gruppo ed esporre le caratteristiche di pezzi specifici: freni, ammortizzatori, impianto elettrico, computer di bordo, …

Tutto nell’ottica della scienza e della tecnologia, perché solo la scienza e la tecnologia ci può far capire l’evoluzione dei prodotti, come i prodotti odierni, paragonati a quelli di 10, 20, 30 anni fa risultino, più sicuri, efficaci, semplici da usare, economici, …

Dalle competenze digitali le opportunità di crescita professionale per gli ospiti della Comunità di San Patrignano

Grazie alla collaborazione tra la Comunità di San Patrignano e Fondazione IBM Italia è stato ideato un progetto per la diffusione delle competenze digitali, essenziali per il futuro reinserimento sociale e lavorativo degli ospiti della Comunità.
Come evidenziato da un recente rapporto di Unioncamere, in un caso su quattro le aziende disposte ad assumere non trovano le professionalità adatte. Nel 2018 la tendenza ha riguardato circa il 26% degli oltre 4,5 milioni di contratti che erano pronti per essere firmati in Italia. In crescita, del 5%, rispetto a quanto già registrato nel 2017. Le competenze tecnologiche sono quelle più ricercate ma di cui c’è più carenza.
Con l’obiettivo di ridurre questo gap, Fondazione IBM Italia e la Comunità San Patrignano hanno siglato una collaborazione che punta ad alimentare la formazione di nuove competenze professionali attraverso la metodologia “Train the Trainers”. Tre tutor di IBM affiancheranno 10 operatori della Comunità San Patrignano per un programma che si articola in 6 workshop, ognuno di tre giorni, dedicati a fornire agli educatori le competenze di base che consentiranno alla Comunità di partecipare a innovativi bandi di gara Europei, oltre a consolidare le necessarie conoscenze da diffondere all’interno della stessa Comunità. Le tematiche affrontate riguarderanno la piattaforma IBM Cloud e, in particolare, la creazione di un BOT con Watson Assistant.
La Direzione della Casa di accoglienza ha individuato, infatti, nella formazione sulle nuove tecnologie un’importante opportunità di qualificazione professionale per i giovani e ha deciso di creare internamente un Centro di competenza, basato su IBM Cloud.
“Per San Patrignano è fondamentale riuscire a stare al passo coi tempi in materia di formazione professionale – spiega il suo Presidente Piero Prenna – Crediamo in una professionalizzazione quanto più specifica e grazie a Fondazione IBM Italia oggi possiamo dare ai nostri ragazzi degli strumenti ulteriori per potersi inserire ancora meglio nel mondo del lavoro una volta che avranno terminato il percorso di recupero”.
“La Fondazione IBM Italia, attiva da quasi 30 anni, è oggi più che mai attenta alla formazione, perché l’innovazione tecnologica sia inclusiva e non lasci indietro nessuno.” Afferma Alessandra Santacroce, Presidente della Fondazione IBM Italia, che continua “Il progetto con la Comunità San Patrignano riflette a pieno il nostro impegno a rendere le tecnologie più innovative funzionali alle soluzioni di tematiche sociali rilevanti e a creare un ciclo virtuoso di competenze e progetti per rispondere alle esigenze legittime e alla sfide della comunità in cui operiamo.”

Informatica50: la storia

Furono due matematici i padri del primo corso di laurea in Scienze dell’Informazione d’Italia istituito all’Università di Pisa 50 anni fa, nel 1969: l’allora rettore, Alessandro Faedo, e il professor Gianfranco Capriz, all’epoca direttore dell’Istituto di Elaborazione dell’Informazione del CNR. Una data che segna uno dei passaggi fondamentali della rivoluzione digitale del nostro Paese e che conferma il ruolo della città della Torre e di Galileo Galilei nella storia dell’Informatica in Italia.
È infatti a Pisa che venne costruito il primo calcolatore scientifico italiano, la CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana), realizzato su suggerimento di Enrico Fermi e inaugurato dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi nel 1961. Sulla scia di questo progetto, nel 1969, nacquero il più importante centro di calcolo elettronico nazionale (CNUCE) del Paese, poi confluito nel CNR, il primo Istituto (universitario) di Scienze dell’Informazione (ISI), avo dell’attuale Dipartimento di Informatica, e con esso appunto il primo corso di laurea in Informatica d’Italia e successivamente, nel 1983, il primo Dottorato di Ricerca in Informatica in Italia. Sempre a Pisa, nel 1986, è partita la prima connessione a Internet in Italia, motivo per cui la città ospita ancora il registro dei domini nazionali .it.
In questa storia l’Università di Pisa ha continuato e continua ad avere un ruolo da di protagonista. A partire dagli anni ’90, oltre a investire nell’insegnamento e nella ricerca, ha infatti dato contributi rilevanti alle reti di comunicazione: prima con lo sviluppo della rete metropolitana pisana (oggi estesa fino a Livorno) che serve circa 100.000 utenti; poi contribuendo alla creazione della rete nazionale a banda ultra-larga dedicata alla comunità dell’istruzione e della ricerca (GARR); e più recentemente con la realizzazione delle infrastrutture Data Center indispensabili per affrontare la ricerca in ormai tutte le discipline. Dagli anni ’90, all’interno dell’area degli ex Macelli, l’Università di Pisa – d’intesa con il Comune di Pisa – ha inoltre aperto il Museo degli Strumenti per il Calcolo, dove è possibile vedere la CEP e una ricca collezione di macchine legate alla storia del calcolo e dell’Informatica, uno spazio per capire le rivoluzioni tecnologiche che hanno portato al nostro modo di vivere.

Brainstorming su estetica con estetiste

Durante un corso con estetiste ho provato con loro a fare alla lavagna un brainstorming a partire dalla parola estetica (non la filosofia).

Questo è quanto è emerso riportato in un foglio

Ho trovato molto curioso e fatto notare che nelle parole emerse non vi siano Salute e Alimentazione.

Mi sembra superato considerare il lavoro dell’estetista solo legato alla bellezza e del massaggio in se senza prendere in considerazione la salute e l’alimentazione del cliente.

A me, che non sono del settore, sembra scontato che se non sono in salute, non solo fisica ma anche e soprattutto mentale, se ho problemi, se non seguo una sana alimentazione, apparirò meno in forma, meno bello, la mia pelle, come tutto il mio corpo, non risplenderà.

Nessuno, probabilmente, aveva mai fatto notare loro questo.

P.S. Tenendo presente che se in Italia non si può parlare di cura al di fuori dell’ambito medico in Asia si cura in primo luogo con una mirata alimentazione (yin-yang) e si cura con il massaggio (shiatsu) o in altro modo con l’agopuntura.

Chromebook e la scuola

Acer chromebook tab 10

In tutto il mondo i chromebook stanno conquistando una fetta sempre più importante di mercato soprattutto nelle scuole.
Un chromebook solitamente costa poco, attorno ai 300 euro, ha un sistema operativo minimale, pensato e realizzato per essere di semplice gestione, di avvio immediato e per funzionare ovunque vi sia una rete wifi con connessione ad internet.

Un chromebook senza internet e senza servizio cloud è quasi inutilizzabile. Certo si può utilizzare in locale ma solo con la rete si potrà sincronizzare ogni file creato, ricevere e spedire email, utilizzare chat, chiamate, …

Un chromebook è un computer simile allo smartphone (un android) ma in genere non adatto a chiamate G (4G, 5G, …)

Io ho provato un Acer chromebook tab 10. Immediato da utilizzare sia per chi utilizza abitualmente uno smartphone (essendo un android si potranno scaricare le app necessarie) sia per chi usa un computer in ottica cloud Google.

Alla base di tutto c’è il browser chrome, l’office Google in cloud (drive) e gmail.

Come per gli smartphone si può lavorare in verticale o in orizzontale, si possono fare fotografie e selfie. Lo schermo touch è semplice da utilizzare, grande e luminoso. A me sinceramente manca la tastiera, sono molto più veloce e riesco senza guardarla a digitare con più dita, trovo più semplice digitare i caratteri accentati, la chiocciola. Sono molto più veloce e preciso con una tastiera tradizionale ma quasi sicuramente supporterà tastiere bluetooth o avrà la possibilità di essere inserito in una docking.

Io sono ancora della vecchia scuola dei portatili con windows 10, applicazioni e memorizzazione locale ma mi rendo conto che la semplicità di utilizzo e di gestione di un chromebook con un’ottima connessione internet e applicazioni e dati in cloud è di una comodità unica e sempre più verrà scelta come soluzione oltre che dalle scuole da tutti gli utenti finali.
Interessante l’utilizzo dello stilo e la possibilità di fare screenshot totali o di aree.

Trovo l’Acer chromebook tab 10 un’ottima soluzione anche se per le mie attuali necessità è ancora una soluzione parziale però più che sufficiente per un utilizzo informatico normale.

Ho scoperto che è prevista una installazione linux al momento in beta. Potrebbe trasformarlo, se necessario in un computer tradizionale.

A scuola non insegnano il modo in cui imparare le materie di studio

Non conosco Scientology, sono cristiano, però condivido che a scuola non insegnano il modo in cui imparare le materie di studio. Questa è la fase mancante di tutta l’istruzione.

Io riporto la loro “pubblicità”. 

Pensateci un attimo: in tutto il tempo che avete trascorso a scuola, qualcuno vi ha mai insegnato come studiare qualcosa? Tutta l’attenzione si concentra sulle materie di studio ma non sul modo per apprendere veramente qualsiasi informazione.

Al giorno d’oggi ci sono persone che, quando finiscono la scuola, non sono neanche capaci di leggere o scrivere ad un livello adeguato a mantenere un lavoro o affrontare la vita con successo. È un problema enorme. Non è che sia impossibile imparare le materie di studio; il fatto è che a scuola non insegnano il modo in cui impararle. Questa è la fase mancante di tutta l’istruzione.

L. Ron Hubbard ha colmato questa lacuna con la prima e unica tecnologia che insegna come studiare. Egli ha scoperto le leggi dell’apprendimento e ha ideato metodi efficaci che chiunque può mettere in pratica. Ha chiamato questa sua scoperta “Tecnologia di Studio”.

Questa tecnologia insegna le basi dell’apprendimento e fornisce metodi precisi per superare tutte le insidie che si possono incontrare durante lo studio.

La tecnologia di studio non ha niente a che vedere con la cosiddetta “lettura veloce” o con altri trucchetti mnemonici [relativi alla memoria]. Tali metodi si sono dimostrati inefficaci nell’aumentare la capacità di capire l’argomento studiato o la capacità di leggere e scrivere. La Tecnologia di Studio spiega in che modo si deve studiare per capire una materia e metterla in pratica.

Tencent limita l’utilizzo temporale di videogiochi

Tencent, il maggiore distributore cinese di videogame, ha da poco adottato una tecnologia di riconoscimento facciale per limitare il tempo passato trascorso su videogiochi su smartphone e nello specifico con Honour of Kings da noi conosciuto come Arena of Valor.
Il giocatore deve caricare la sua carta di identità che verrà confrontata con database governativi. Tramite il riconoscimento facciale  i giocatori che hanno meno di 18 anni potranno giocare per non più di due ore al giorno, mentre quanti ne hanno meno di 12 anni una.

Verrà bloccato inoltre l’accesso all’app fra le 9 di sera e le 8 del mattino.

Arte gastronomica strumento per migliorare il mondo

Insegnamo l’arte gastronomica strumento per migliorare il mondo.
Crediamo che per imparare a cucinare bisogna prima di tutto imparare a pensare perché ogni piatto è intuito, coraggio, ambizione, è audacia, gioia, memoria e fame di futuro.
E’ una stato d’animo che si realizza.
Imparerete che una tagliata perfetta può rendere affilato un ragionamento.
Un grande riso può far tornare il buon umore.
E il cuoco di una scuola può cambiare il futuro del paese.
Quello di un ospedale può guarire l’umore.
Che un ingrediente povero può far sentire ricco chi lo mangia.
E che una semplice margherita può essere la più nobile delle ordinazioni.
Imparerete che con una penna e un filo d’olio si può scrivere una storia.
Che un piatto intelligente può alzare il QI di chi lo mangia.
Che l’acqua pazza è un modo saggio di valorizzare un sapore.
Che la temperatura di un piatto può alzare quella di una storia.
Che una spezia esotica può allargare i confini di una creazione.
Che i valori nutrizionali sono valori in cui credere al pari di giustizia, uguaglianza e libertà.
Imparerete a cucinare per rendere il mondo un luogo più creativo, più visionario, più sorprendente, più felice e che l’importante è iniziare il viaggio.
IN CIBUM dove tutto ha inizio.

https://www.youtube.com/watch?v=IStqRIU9AVc

8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori troppo permissivi

I bambini cominciano sempre prima a cimentarsi con i dispositivi digitali. Secondo una ricerca curata nel 2018 dal Centro per la Salute del Bambino onlus e dall’Associazione Culturale Pediatri in Italia, 8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono troppo spesso permissivi: il 30% dei genitori usa lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, il 70% al secondo anno. Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, anzi alcune applicazioni hanno mostrato di avere un impatto positivo sull’apprendimento in età prescolare, purché usate insieme ai genitori. Piuttosto un monito che sottolinea l’importanza di iniziare sin da subito ad educare i bambini ad un corretto utilizzo degli strumenti digitali. Ecco la ragione che ha spinto l’Associazione Parole O_Stili ad aprirsi anche al mondo dei piccolissimi con la pubblicazione di “Parole appuntite, parole piumate”, il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni che verrà presentato in anteprima a Bari (Fiera del Levante) venerdì 30 novembre durante l’evento “Parole a Scuola”, la giornata di formazione gratuita sul tema delle competenze digitali e dell’ostilità nei linguaggi organizzata dall’Associazione Parole O_Stili, Università Cattolica, Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con MIUR e Corecom Puglia.

Il Manifesto, che avrà la forma di un libretto, è scritto da Anna Sarfatti illustrato da Nicoletta Costa, ideatrice di Giulio Coniglio ed edito da Franco Cosimo Panini Editore.

“Parole appuntite, parole piumate” sarà uno strumento per genitori ed educatori utile per cominciare da subito a spiegare ai bambini il corretto utilizzo degli strumenti digitali, proprio durante gli anni in cui iniziano i primi approcci ai dispositivi mobili.

10 semplici concetti che i genitori e gli educatori possono spiegare anche ai più piccini. “Parole appuntite, parole piumate” nasce quindi per diventare uno strumento utile all’approccio guidato verso tematiche legate alla presenza nel web affrontando l’argomento in modo ragionato, con un codice linguistico e interpretativo adatto ai più piccini.

Ecco i 10 concetti che compongono il Manifesto della comunicazione non ostile per bambini dai 3 ai 7 anni:

1. Virtuale è reale
La rete non è un gioco. È un posto diverso, ma è tutto vero. E anche in rete ci sono i buoni e i cattivi: bisogna stare attenti!

2. Si è ciò che si comunica
In rete bisogna essere gentili. Dietro le foto ci sono persone come noi. Se dici cose cattive, saranno tristi. O penseranno che sei cattivo.

3. Le parole danno forma al pensiero
Prima di parlare bisogna pensarci: puoi contare fino a 10! Così riesci a trovare proprio le parole giuste per dire quello che vuoi.

4. Prima di parlare bisogna ascoltare
Nessuno ha ragione tutte le volte. Imparare ad ascoltare è molto bello, perché si capiscono i pensieri degli altri e si diventa amici.

5. Le parole sono un ponte
Ci sono delle parole che fanno ridere e stare bene, come una coccola o un abbraccio. E abbracciarsi con le parole è bellissimo!

6. Le parole hanno conseguenze
Le parole cattive graffiano e fanno male. Se tu fai male a qualcuno con le parole, poi non è più tuo amico. Tante parole belle, tanti amici!

7. Condividere è una responsabilità
La rete è come un bosco: meglio farsi accompagnare da un grande. E non dire mai a nessuno il tuo nome, quanti anni hai, dove abiti.

8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare
Qualche volta non si va d’accordo: è normale. Ma non è normale dire parole cattive a un amico se lui non la pensa come te.

9. Gli insulti non sono argomenti
Offendere non è divertente. Gli altri diventano tristi e arrabbiati. Adesso sei grande e sai parlare: non hai più bisogno di urlare.

10. Anche il silenzio comunica
Qualche volta è bello stare zitti. Quando non sai cosa dire, non dire niente! Troverai il momento giusto per dire la cosa giusta.